Spesso tendiamo ad identificare la tecnologia con qualcosa di complicato, pieno di fili e di bottoni, robot senzienti o astronavi che viaggiano verso Marte. La tecnologia è certo fatta di computer e robot, ma non solo. È fatta anche di invenzioni che invece di complicare semplificano, che riescono con un semplice accorgimento (viene voglia di chiamarlo un trucco) a far diventare facile qualcosa che prima era difficile o complicato, creando soluzioni così efficaci da cambiare la nostra vita quotidiana in modo più profondo di quanto possa fare un qualsiasi, banale nuovo smartphone.
Questo articolo è una celebrazione (quasi un’ode) di un’invenzione italiana di enorme successo, che ha cambiato la vita di tutti noi, così efficace e diffusa da essere quasi scontata: la caffettiera Moka.
Il caffè arrivò tardi in Europa, ma ebbe subito un enorme successo diffondendosi ovunque. Abbiamo già parlato della sua storia ne La bevanda del Diavolo.
Si estraeva dalla polvere di caffè con acqua calda, ma questo procedimento era poco efficiente e, a dir poco, primitivo. Ancora oggi molti arabi o i turchi riscaldano semplicemente acqua e polvere assieme, aspettando poi che la polvere si posi sul fondo per poi bere, delicatamente, il caffè. La prima volta che provai un caffè simile (in un campo profughi della ex-Jugoslavia) da bravo italiano mescolai la tazza con un cucchiaio, bevendo poi un gran sorso di caffè sciapo e polvere…
Agli inizi dell’Ottocento era stata inventava la caffettiera ribaltabile, poi chiamata anche “Napoletana”. Il bello è che non fu inventata a Napoli, ma in Francia! La caffettiera Sené fu il primo modello noto di “caffettiera ad inversione” , in cui bollitore, filtro e caffettiera erano tenuti insieme da morsetti in rame. Girando la caffettiera sottosopra l’acqua cadeva, per forza di gravità, attraverso la polvere di caffè trattenuta da un filtro. Per tutto l’Ottocento, comunque, l’operazione fisica di estrazione del caffè era sempre fatta a pressione atmosferica, e riusciva a sfruttare solo una minima parte delle deliziose molecole aromatiche.

Poi, finalmente, entrarono in campo gli italiani.
Nel 1884, a Torino, fu brevettata la prima macchina per espresso che usando acqua con pressione a nove atmosfere riusciva a produrre caffè altamente concentrato, molto saporito, in pochi secondi; in breve tempo si diffuse in tutti i bar. Le macchine da espresso ebbero subito successo; erano però macchine enormi, ancora oggi costose; per anni, dunque, un buon caffè poteva essere bevuto solo al bar, rimanendo comunque una bevanda per i ricchi che se lo potevano permettere. Poi, un imprenditore di nome Alfonso Bialetti ebbe l’idea vincente.

Bialetti aveva cominciato a lavorare i metalli come operaio emigrante in Francia. Nel 1919 era tornato a casa sua a Crusinallo (in Piemonte) per metter su una piccola impresa di lavorazione dell’alluminio, un metallo allora poco usato in cucina.
L’idea della moka gli arrivò guardando sua moglie fare il bucato con una primitiva lavatrice, chiamata lessiveuse. Era un grosso cilindro di latta con un tubo al centro. L’acqua del fondo, riscaldata dal fuoco, risaliva lungo il tubo, zampillando sopra i vestiti, e facendo circolare efficacemente il sapone.

Bialetti pensò di sfruttare la forza del vapore per far passare l’acqua attraverso la polvere di caffè dal basso verso l’alto, in direzione opposta alla gravità. Riuscì nel 1934, con l’aiuto di un inventore chiamato Luigi de Ponti, a trasformare quest’idea in un oggetto reale.
La base della Moka è una camera chiusa, piena d’acqua. Se messa sul fuoco, parte dell’acqua si trasforma in vapore, aumentando la pressione interna. Un tubo pesca l’acqua dal fondo del serbatoio (non il vapore, che è in alto), e la porta alla camera piena di caffè. Spinta dal vapore, l’acqua calda penetra rapidamente attraverso la polvere strappandole tutte le molecole necessarie a diventare caffè. Un filtro e un altro tubo permettono al liquido, ormai marrone, di entrare nella camera superiore dove erutta, finalmente libero e a pressione ambiente, pronto per essere versato. Era (e ancora è) una macchina estremamente semplice e bella da vedere, fatta solo da quattro pezzi: Il serbatoio dell’acqua, l’imbuto dove mettere la polvere, il filtro e la camera superiore. La bellezza dell’oggetto è dovuta al fatto che ogni dettaglio è funzionale allo scopo; ad esempio, la forma è ottagonale, e non cilindrica, per permettere alle dita di avvitare meglio le due camere tra loro.

Decisero di chiamare la nuova caffettiera MOKA, dal nome della città araba di Mokha, nello Yemen, un grande centro di smistamento per il commercio del caffè.
Per sei anni, sino al 1940, la ditta Bialetti vendette le sue Moka a livello locale, in Piemonte, arrivando comunque alla notevole cifra di circa 70 000 caffettiere vendute. Durante la guerra le vendite si bloccarono quasi del tutto (non c’era alluminio né tantomeno caffè). Ma nel 1946 il figlio di Alfonso Bialetti, Renato, rilanciò la produzione concentrando tutte le energie della Bialetti unicamente sulla vendita e produzione della moka.
In particolare, Renato fu tra i primi imprenditori a intuire la potenza di un nuovo strumento ancora poco sfruttato, la pubblicità. Riempì i muri delle strade (e poi l’unico canale televisivo esistente, con immagini della sua moka). Il risultato fu sorprendente, e occupa ancora un posto di rilievo nei nostri cuori e nelle nostre cucine. Ad oggi si calcola che siano state vendute, in Italia e nel mondo, circa 330 milioni di copie della moka originale di Bialetti. Nel 2015 la compagnia ha avuto circa 172 milioni di euro di ricavi, con una crescita di quasi il 7%.
Per valutare quanto un’idea sia vicina alla perfezione, basta vedere per quanto tempo resiste senza che nessuno riesca a migliorarla. Le cose che funzionano restano immutate a lungo; è il caso ad esempio degli squali, così efficienti da essere rimasti praticamente uguali per decine di milioni di anni o anche, più prosaicamente, della forma del gabinetto. Anche la moka, come questi esempi più o meno illustri, è ancora oggi uguale ai primi disegni creati da Bialetti e De Ponti, che sono oggi esposti al museo del design di Londra. Una copia della moka è anche esposta al MoMA di New York.

Renato Bialetti è morto nel 2016, a 93 anni. Le sue ceneri sono state raccolte in un’urna di alluminio che aveva la forma (inevitabilmente) di una grande moka.
Domani mattina, ripetendo il rito rilassante e quotidiano della preparazione del caffè, fermatevi un attimo a osservare la vostra caffettiera, e cercate di vederla per quello che è: un capolavoro di tecnica e design, dimostrazione del genio italiano.
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