Acqua nera, vino rosso

Brindo a te, mia concubina, donna fatata e bellissima che mi hai stregato il cuore. Mio dolce tesoro, fata, principessa. Puttana.

Solo la luce della luna illumina l’uomo più ricco di Francia. Come se fosse giorno illumina le sue terre sconfinate, i boschi enormi di Provenza e la villa costata più del bilancio di uno Stato. L’uomo è seduto a bordo di un’enorme piscina, vestito di seta e sudor di stilista; solo col suo maggiordomo, alza verso il cielo un brindisi pieno di rancore.

– A che bottiglia siamo, Gaspàr?

– La terza, signore.

– Poche, poche. Vai a prendere lo Chateau Cheval Blanc’07.

Gaspàr sospira come solo un maggiordomo fidato può osare di fronte al padrone.

– Quello no, signore.

– Quello si, Gaspàr. Lavori per me da dodici anni, sarebbe un peccato interrompere stasera una così lunga amicizia.

Il tono di voce è duro, di uomo abituato a comandare, da tiranno di sempre. Gaspàr scompare nella villa, diretto alle cantine. Il miliardario torna ad essere quel che è, un amante abbandonato.

I raggi della luna rimbalzano sulla superficie dell’acqua della piscina mossa dal vento, catturando il suo sguardo. Mille feste attorno a quella piscina, piene di gente ricca e potente. Un’attrice famosa ci cadde vestita in acqua, una volta, e il Presidente di una grande nazione ci vomitò dentro, ubriaco di champagne. Decine di donne bellissime nuotarono in quest’acqua, quasi sempre nude.

Dominato dalla villa si stende un panorama mozzafiato. Nell’oscurità dei boschi lontani gli sembra di veder danzare ombre misteriose.

– Tutto – mormora- io posso tutto. Eppure.

Gaspàr torna portando la bottiglia tra le braccia, con cautela, come se fosse un figlio.

Toglie con un panno uno strato di polvere finissima che imbianca la bottiglia, con un coltellino rimuove la cera che chiude il tappo. Poi, con gesto rapido e esperto, stappa. Il rumore, perfetto risuona nel silenzio della villa. Il braccio del miliardario si allunga, porgendo il bicchiere.

– Dovremmo aspettare che respiri, signore.

Il braccio si agita, impaziente, e Gaspàr obbedisce. Il vino cola denso nel cristallo, scende fino in fondo risalendo poi per inerzia fin quasi al bordo opposto poi ricade, intrecciandosi con sé stesso in fondo al bicchiere.

Il miliardario odora il vino facendo ruotare il bicchiere lentamente. Piccole gocce si formano sulle pareti del bicchiere, come lacrime che riflettono la luce della luna, figlie dell’effetto Marangoni. Il Chateau Cheval Blanc’07 è forte e profumato, con un leggero retrogusto di rimpianto. Perfetto.

– Sai perché comprai questa bottiglia, Gàspar?

– Certo, signore.

– La presi da Christie’s, all’asta. L’avevano recuperata in fondo al mare, dal relitto d’una nave affondata dai tedeschi durante la guerra. Ottantamila euro.

– Un affare.

– Dovevo stapparla alla nascita del nostro primo figlio. Il mio erede.

– Non pensi al passato, signore. Beva.

– Avrei potuto avere modelle, grandi attrici e regine. Eppure scelsi lei, che non era niente. Una semplice cameriera; avrebbe dovuto essermi riconoscente, perlomeno.

Poi un sorso leggero, appena necessario per bagnarsi le labbra.

– Quanto siamo stupidi noi uomini, in amore, Gaspàr? Ma lei aveva qualcosa, qualcosa …  se solo fossi riuscito a capire, forse avrei potuto controllarlo. È quel che non capisci che ti uccide, vero?

Un altro sorso di vino, stavolta profondo, che gli brucia la gola. Aveva ragione Gaspàr, sarebbe stato meglio lasciare a quel vino antico il tempo di respirare.

– Sai qual è la cosa più incredibile? Che sia andata via senza un soldo. Scappata di notte uscendo dal mio letto, pensando davvero di poter fuggire. E dove pensava di andare, senza soldi? Non sa fare niente, non ha niente, non è niente. Il suo unico scopo era amarmi.

– I soldi possono comprare un corpo, non un’anima.

Il miliardario si gira di scatto, per punire il servo imprudente, ma poi la bocca si piega in un feroce sorriso.

– Sei così ingenuo, Gaspàr. Conosci quel proverbio? Se ti siedi davanti a un fiume e aspetti, prima o poi tutta l’acqua del mondo ti passerà davanti. E la stessa cosa è per l’amore. Basta aspettare, avere le forze e le risorse e il tempo, e prima o poi anche i sentimenti si piegano alla ragione. No, lei mi avrebbe amato, presto o tardi lo avrebbe fatto.

– Pensa di trovarla e farla tornare qui con la forza?

Finisce il bicchiere.

– Ti farò una confessione, Gaspar, una confessione che non vale niente perché siamo soli e perché sono ubriaco. Lei non tornerà più. L’ho già trovata, l’ho fatta cercare da gente brava, gente pulita. Non sono arrivato dove sono perdonando.

Si gira verso il maggiordomo, e sorride.

– Ride bene chi ride ultimo, no?

Il maggiordomo china la testa.

Il miliardario scaglia il bicchiere con forza, verso Gaspàr, mancandolo di poco. Si infrange in tanti minuscoli pezzi contro una finta statua greca. Il suono sembra fortissimo nella notte.

– Vattene! – urla il miliardario – Scompari! Voglio restare solo, a piangere.

Ora è solo. La bottiglia è vuota, ormai, ma l’odio brucia ancora. Ucciderla è stato troppo poco. Avrebbe dovuto farla soffrire, prima, renderla sterile. Non avrebbe fatto con nessuno il figlio che aveva rifiutato a lui.

Vede un movimento, tra gli alberi, qualcosa di più che casuale. Stringe gli occhi per osservare, tra i vapori del vino. Dal buio emerge una donna, si avvicina. È nuda, le lunghe gambe bianche solcano leggere il prato verso la piscina. I capelli le scendono sulla schiena, ondeggiando maestosi ad ogni passo come il manto di una regina. È lei: com’è possibile?

Arriva al bordo della piscina e, senza fermarsi, ci cammina sopra. I suoi piedi lasciano lievi impronte circolari sull’acqua, senza affondare. Attraversa tutta la piscina, risale sul prato fermandosi un attimo per scrollare un po’ d’acqua dai piedi.

– Perché sei qui? – le chiede il miliardario.

È lei, stavolta, a sorridere. Il suo volto riflette una luce di fiamme inesistenti, miliardi di minuscole lucciole aliene le attraversano gli occhi, i denti sono ossa bianche alla luce della luna, e si muovono, all’apparenza, di moto proprio e indipendente.

– Vieni – gli dice lei allungando la mano.

– Ma io non voglio venire- dice lui, con voce assonnata.

Lei continua a guardarlo, severa, finché lui, riluttante, allunga un braccio e le prende la mano. La mano di lei è fredda, la stretta potente.

– E tutto questo? – chiede lui, indicando la villa, le terre e la piscina.

Lei si è già incamminata, trascinandolo. La vede alzare le scapole, bianchissime e perfette, in un gesto noncurante.

Arrivano sul bordo della piscina, fermandosi un attimo, e poi lo attraversano.

Quando è sull’acqua, compie un primo passo incerto, poi un altro. Sorride, come un bambino, sorpreso da quella magia. Poi l’acqua si increspa, come una crosta di ghiaccio sottile che si rompe, e lui comincia a scendere. Guarda la donna, nuda, sempre più in alto sopra di lei.

– Tu non vieni? – le chiede.

– Sono già là – risponde.

Quando l’acqua gli arriva alle labbra, il miliardario può finalmente smettere di respirare.

– È proprio vero che i soldi non danno la felicità.

Il commissario è a bordo piscina, circondato dal turbine ordinato dei suoi uomini al lavoro.

Il mattino è caldo e pieno di sole, gli uccellini nel bosco cantano, e tutto molto poetico, pensa; l’unica nota stonata in quel paesaggio è la piscina, col cadavere poco elegante del suo proprietario che galleggia a faccia in giù.

– Un’unica cosa non capisco, Gaspàr – chiede il commissario.

– Perché?

Gaspàr è dietro di lui stretto tra due poliziotti e piange. Si asciuga gli occhi con un fazzoletto, portando entrambi le mani al volto a causa delle manette.

– Proprio non capisco. Avresti potuto farlo in altri mille modi, e farla franca. Invece, così, mentre eravate soli…

Il commissario prende per il collo la bottiglia, annusandola cauto. L’aroma di mandorle è così forte da oscurare quasi quello del vino. Gaspàr non ha fatto economia col cianuro.

– La amavo, signor commissario. – dice piangendo – non mi importa niente di me. Doveva essere così, con la sua bottiglia migliore.

Il commissario fa un gesto, e portano via Gaspàr. La ragazza è morta, di questo il commissario è sicuro, la troveranno presto chissà dove.

Rimane a sorvegliare gli uomini della scientifica che pescano il grosso cadavere dall’acqua. Visto così, non sembra un gran che.

Il commissario è un discreto appassionato di vino e proprio non riesce a capire; uno compra bottiglie da decine di migliaia di euro, e non si accorge che ha un brutto sapore?

Vede un bagliore nell’acqua agitata dai suoi uomini, lo scintillio di un volto, un viso di donna dalla pelle pallida. Ma è solo un riflesso dei raggi del sole, che presto scompare.

Quando l’inchiesta finì, il commissario si prese la bottiglia di Chateau Cheval Blanc’07 e se la portò a casa, per non dimenticarsi quella storia.


Immagini da pxhere.com

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