Isaac Newton, alchimista esoterico

Newton è (forse dopo Einstein) lo scienziato più famoso della Storia. Fu il primo a spiegare le orbite dei pianeti, il moto dei corpi in acqua o aria, le maree, la propagazione del suono e altro ancora… oltre a scoprire la legge di gravitazione universale, generando l’immortale leggenda della mela.

Newton era ammirato e venerato al suo tempo come una rock-star grazie alle sue scoperte; subito dopo la sua morte il filosofo Voltaire lo celebrò come un campione della scienza e della razionalità, che con le sue scoperte spazzò via le vecchie credenze, terminando l’opera iniziata da Galileo (Newton nacque lo stesso anno della morte del grande scienziato toscano).

La verità era un’altra, ma serviranno trecento anni per scoprirla: i famosi esperimenti con mele, prismi e cannocchiali non erano un fine, ma solo un mezzo con cui Newton seguiva i suoi veri interessi: la religione, l’esoterismo, l’alchimia.

Newton era, pur con tutte le sue stranezze, un uomo del suo tempo profondamente intriso di fede e religiosità. Da un lato, la sua eccezionale intelligenza lo spingeva a cercare la spiegazione di ogni cosa; dall’altro, la sua fede profondamente puritana lo spingeva a credere che la spiegazione ultima di ogni cosa fosse Dio, e che le leggi fisiche del mondo visibile fossero legate, e causate, da leggi più misteriose e arcane. Il suo fervore religioso era più simile a quello di un’eremita del Medioevo che a quello di uno scienziato dell’Illuminismo.

Tutti i fenomeni fisici che Newton studiò avevano per lui cause più profonde e misteriose di quelle apparenti, cause che era possibile comprendere solo con strumenti che andavano oltre il semplice esperimento. Il motore ultimo, la causa di tutto quello che succede era, per Newton, Dio.

Newton applica la Scienza alla religione

Newton provò ad applicare l’approccio scientifico alla teologia confrontare tra loro testi antichi e vecchie leggende per creare uno schema della religione cha avesse per lui un senso,. Pur di studiare alla fonte i testi sacri, imparò da solo l’Ebraico. Si dice che:

“Un filosofo è un cieco che cerca in una stanza buia un gatto nero che non c’è.

Un teologo è l’uomo che dice di aver trovato il gatto.”

Il Newton teologo, di gatti neri, ne trovò parecchi.

Secondo la teoria di Newton, tutti gli dèi dell’antichità erano in realtà sempre gli stessi personaggi biblici, dodici di numero, adorati con nomi diversi a seconda del luogo e dell’epoca storica. Secondo la sua teoria Noè era diventato il dio Saturno; come Noè, anche Saturno aveva tre figli. Uno dei figli di Noè (Cam) era diventato uno dei figli di Saturno (Zeus), poi Giove, Hammon eccetera. La figlia di Cam era diventata Afrodite, Venere; Dionisio era in realtà la stessa cosa di Bacco, Adone, Pan e del dio egiziano Osiride. E così via. Perché gli dèi erano proprio dodici e non undici o tredici? Anche per questo, Newton aveva trovato una spiegazione: il numero dodici corrispondeva ai sette pianeti allora noti, più i quattro elementi di Aristotele (terra, aria, acqua e fuoco), più la quintessenza. La vera Religione, quindi era collegata direttamente alla Natura, un’altra evidenza, per Newton, che religione e scienza fossero collegate fortemente tra loro, con l’una che influenzava pesantemente l’altra.

Trovò che un’altra caratteristica comune a tutte le antiche religioni era l’avere un tempio con un fuoco che bruciava perennemente, come quello delle Vestali nell’antica Roma. Questo tempio doveva imitare la Natura, perché era un riflesso di Dio; conoscere la struttura del Tempio voleva dire conoscere la struttura dell’Universo. Ebbe quindi l’idea di misurare la dimensione del tempio, per misurare la dimensione dell’Universo.

Secondo Newton, il tempio più antico di questo tipo era quello ebraico di Salomone, più antico secondo lui di qualsiasi tempio egizio o greco, a sua volta simile a un tempio descritto nel Libro di Ezechiele, nella Bibbia.

Disegno ottocentesco del tempio di Ezechiele, a sua volta simile forse all’antico tempio di Salomone.

Usando le parole di Ezechiele ricreò una piantina che (secondo lui) era accurata del tempio; calcolò che l’atrio del tempio fosse stato largo sedici metri, cifra che poi corresse a undici. Non è noto se, da questo numero, fece ipotesi sulla grandezza dell’universo.

Il suo desiderio di sapere e di capire lo spingeva a esplorare ogni direzione. La relazione da lui trovata tra Religione e struttura dell’Universo, tra Dei ed elementi chimici lo spinse anche a investigare, dopo le Sfere celesti, anche la struttura intima della materia.

Trovò infine una disciplina che sembrava poter riunire al meglio esperimenti pratici e studi esoterici per rivelare verità profonde: l’alchimia.

Newton alchimista

Il nome alchimia deriva dall’Arabo al-kīmiyya, da cui viene anche la parola “chimica”. A sua volta il nome arabo veniva dal Greco Kimia, che era usato nel senso di “fondere” o “colare assieme”.

L’alchimia nacque, sembra, subito dopo la nascita di Cristo, in Egitto. Secondo gli alchimisti i primi testi furono scritti direttamente dal dio egizio Thoth, chiamato poi in greco Ermete Trismegisto (che vuol dire “tre volte grandissimo”).

Con la caduta dell’Impero Romano, l’avvento del Cristianesimo e la distruzione della biblioteca di Alessandria tutti i testi antichi andarono persi, e la conoscenza dell’alchimia scomparve nel mondo occidentale rimanendo però viva in quello arabo che la ritrasmise, nel medioevo, agli studiosi europei.

Un alchimista scopre il fosforo cercando la Pietra Filosofale. Quadro di J. Wright, 1771 (Fonte: Wikipedia).

L’immagine comune dell’alchimista, sempre affascinante, è quella di un uomo potente, un po’ chimico un po’ mago, che lavora in laboratori umidi e oscuri, cercando di tramutare i metalli in oro.

In realtà gli alchimisti avevano una forte motivazione filosofica, e obiettivi abbastanza diversi e ambiziosi come essere onniscienti, trovare il rimedio per tutti i mali e (anche) tramutare i metalli.

Il processo del tramutare i metalli vili in oro doveva, per avere successo, essere accompagnato da un processo di mutazione e crescita interiore dell’alchimista. Le leggende sugli alchimisti s’incrociano con quelle dei Rosacroce, una setta di (auto-proclamati) esseri superiori, che si vantavano, ad esempio, di poter diventare invisibili, o scegliere a piacere quando morire. Più che una semplice serie di ricette pratiche, l’alchimia era un percorso iniziatico di crescita e perfezionamento, che richiedeva anni di studio e di lavoro e una ferrea disciplina che sicuramente non dispiaceva a Newton.

Gli alchimisti si concentravano sull’uso di sette metalli, tanti quanti erano i pianeti conosciuti: oro, argento, ferro, stagno, mercurio, piombo e rame.

L’elemento principe di ogni trattamento era il mercurio, l’unico metallo a essere liquido a temperatura ambiente, considerato quindi speciale.

Non so se vi è mai capitato di giocare col mercurio (io l’ho fatto parecchio da bambino, rompendo termometri); è difficile non rimanere affascinati da questa sostanza, un metallo liquido che forma goccioline tonde che rotolano da tutte le parti. Il mercurio è così denso che alcuni metalli ci galleggiano sopra; è anche capace di sciogliere molti metalli formando delle leghe con essi.

Il mercurio metallico (quello dei termometri) non è particolarmente tossico perché è assorbito poco dalla pelle. Se riscaldato o combinato con altri elementi, invece, genera vapori altamente velenosi che penetrano nel corpo attraverso la pelle o i polmoni, bloccando l’azione di alcuni enzimi. I possibili effetti sono prurito, formicolio, arrossamento e squamazione della pelle, perdita di capelli, denti e unghie e danni permanenti alla vista, all’udito e ai muscoli (spero, con questa breve carrellata, di avervi dissuaso dal tentare esperimenti di alchimia a casa vostra).

I comuni metalli diventavano liquidi se riscaldati ad alta temperatura, mentre il mercurio era liquido già a temperatura ambiente; doveva, quindi, avere qualcosa di speciale.

La procedura per ottenere la pietra filosofale attraversava stadi ben distinti. Si partiva da solito da un minerale contenente un qualche tipo di metallo, poi si aggiungeva mercurio e un qualche acido, mescolando il tutto per lunghissimo tempo (sino a sei mesi!).

Poi, si riscaldava il miscuglio in un crogiuolo per una decina di giorni, con gran produzione di vapori, a volte tossici. Alcuni storici hanno provato a spiegare gli strani comportamenti e le molte teorie astruse di vari alchimisti (Newton compreso) con l’avvelenamento dovuto a questi vapori.

Dopo il riscaldamento, si scioglieva il materiale in un acido. Gli alchimisti ebbero il merito di scoprire e usare per primi vari tipi di acidi, come l’acido solforico (detto anche vetriolo) e l’acido cloridrico (detto anche muriatico), usati ancora oggi.

Una scoperta molto eccitante per gli alchimisti fu quella che una miscela di acido cloridrico e nitrico era così potente da poter dissolvere persino l’oro. Questa miscela fu per questo chiamata acqua regia, e la usiamo ancora oggi in laboratorio per rimuovere alcuni tipi di sporco ostinato (anche in questo caso, non provateci a casa).

La soluzione ottenuta col trattamento acido era poi distillata in alambicchi, per rimuovere il solvente (ad esempio, l’acqua). La distillazione poteva durare diversi anni e richiedeva di tenere fiamme accese giorno e notte, un processo pericoloso, causa frequente di incendi.

Si aggiungeva poi un ossidante, nitrato di potassio. La miscela così ottenuta era altamente esplosiva; si pensa che la polvere da sparo fu scoperta proprio a causa di qualche esperimento alchemico (andato, chiaramente, molto male).

Infine, si chiudeva il tutto in un contenitore “ermetico” (dal nome di Ermete Trismegisto) e si riscaldava pian piano.

Il risultato era una poltiglia di composizione variabile, che poteva essere bianca (con grande soddisfazione degli alchimisti) oppure rossa (risultato ancora più raro e prezioso). Il malloppo era il costituente base della pietra filosofale ma, inevitabilmente, con grande delusione dei poveri alchimisti, non tramutò mai neanche un grammo di metallo in oro.

Non c’era nessuna procedura standard; al contrario, ogni alchimista usava una sua personale ricetta tenendo gelosamente per sé i propri segreti, nella speranza di trovare la formula giusta. In assenza di qualsiasi studio sistematico, il processo inevitabilmente falliva, e l’alchimista ricominciava tutto daccapo dopo ogni fallimento, provando condizioni o ingredienti diversi.

I pochi libri che descrivevano le reazioni alchemiche erano rari e illegali (il Papa aveva vietato nel 1317 ogni forma di alchimia); oltretutto, erano scritti in un linguaggio oscuro, ovviamente “ermetico”, usando metafore e nomi di fantasia al posto dei nomi comuni delle sostanze.

Ognuno dei sette metalli era citato usando il simbolo del pianeta corrispondente:

Oro= Sole = ☉

Argento= Luna =☽

Rame= Venere= ♀

Ferro= Marte= ♂

Stagno=Giove= ♃

Mercurio=(indovina un po’…) Mercurio= ☿

Piombo= Saturno= ♄

Agli occhi degli alchimisti ogni oggetto concreto aveva un significato mistico. Ad esempio, un reagente molto comune era il VETRIOL nome dato a vari derivati e sali dell’acido solforico (da non confondere con il Vetril, che è un detergente); per gli alchimisti il nome VETRIOL significava Visita Interiora Terrae Rectifcando Invenies Occultum Lapidem, cioè: Visita l’interno della Terra, e rettificando (con successive purificazioni,) troverai la pietra nascosta (la pietra filosofale).

Tutto questo miscuglio di significati chimici ed esoterici rendeva impossibile qualsiasi tipo di progresso scientifico; eppure, proprio la combinazione di mistero, chimica e astrologia attirò verso l’alchimia i brillanti pensatori in tutta Europa.

 Newton, appassionato oltremisura di scienza, religione e segretezza, sembrava fatto apposta per questo genere di cose; decise così di diventare un’alchimista.

Alambicchi e crogiuoli

Per prima cosa, come aveva fatto per la religione, Newton raccolse e studiò decine di testi sull’Alchimia, tutto quello che riuscì a trovare; e trovò molto. Alla sua morte la sua biblioteca conteneva almeno 175 libri di alchimia!

Leggendo e studiando questi libri compilava, come al solito, minuziose tabelle degli elementi chimici conosciuti, delle reazioni, dei tipi di forni usati per distillazioni e riscaldamenti; i suoi appunti sull’alchimia, sommati, arrivano a più di un milione di parole!

Cercò anche in questo caso di usare un approccio scientifico per portare ordine nel caos dell’alchimia, creando tabelle in cui raggruppava tutti i nomi usati da autori diversi per la stessa sostanza. Questi testi sono elenchi affascinanti di nomi astrusi, che spaziano dalla chimica, all’astrologia, alla mitologia. Una tipica descrizione di un reagente poteva essere così:

“Magnesia, o leone verde. È chiamata prometeo o Camaleonte. Anche Androgino, e terra vergine verdeggiante, nella quale il Sole non ha mai fatto penetrare i suoi raggi, benché egli sia suo padre e la luna sua madre.”

Arrivò a elencare anche cinquanta nomi diversi dati a una singola sostanza, un’indicazione chiara di quanto fosse caotico il campo dell’alchimia. Senza, però, scoraggiarsi, in ogni cosa cercava la struttura, il Grande Disegno, mescolando assieme alchimia e religione.

Dopo aver messo ordine (o almeno una parvenza di ordine) in quello che si sapeva dell’Alchimia, Newton passò alla pratica.

Si scelse, come molti alchimisti, un nome in codice segreto: JEOVA SANCTUS UNUS (Dio santo e uno), che rispecchiava le sue idee religiose e che era anche un anagramma del suo nome in latino (ISAACUS NEUUTONUS)

Si procurò forni, crogiuoli, attrezzi di ogni forma e tipo che costruiva o modificava con le sue mani. E, poi, con la solita passione con cui faceva ogni cosa, cominciò gli esperimenti.

Il suo unico assistente dell’epoca raccontò che:

Nei suoi laboratori i forni erano sempre accesi, notte e giorno. Ci alternavamo a fare turni di notte, fino a che non ebbe finito i suoi esperimenti chimici. Egli era molto preciso, accurato, esatto. Non fui in grado di capire quale fosse il suo scopo, ma vedendo la diligenza e la sofferenza che metteva nel lavoro, pensavo che mirasse a qualcosa oltre i confini della scienza e dell’industria umana.

A differenza di tutti gli alchimisti prima di lui, faceva i suoi esperimenti misurando con estrema precisione tutti i reagenti, usando condizioni riproducibili e variando in modo sistematico la quantità di reagenti, esattamente come facciamo noi nei laboratori moderni. Macinava tutti i suoi reagenti sino a trasformarli in polvere finissima e a differenza degli altri pesava tutto con precisione di frazioni del grammo.

Gli appunti di Newton sono un bellissimo esempio di razionalità applicata all’irrazionale. Il suo approccio era chiaramente scientifico ma, come già successo per i suoi studi sulla religione, cercava di costruire teorie sensate sulla base di informazioni incoerenti, prese da libri di sedicenti alchimisti che si vantavano a vanvera di aver ottenuto la pietra filosofale.

Cominciò mescolando mercurio e piombo, lavorandolo in vari modi; dopo poco si accorse che il liquido argenteo che otteneva era semplicemente il mercurio iniziale, leggermente impuro.

Provò a usare i sali d’ammonio, poi il cloruro di rame, l’antimonio, si eccitò ottenendo risultati promettenti, trascrivendo frasi ottimistiche sui suoi appunti, per poi cancellarle quando gli esperimenti si dimostravano non riproducibili o inutili.

Ecco un esempio degli esperimenti alchemici di Newton come descritto nei suoi appunti: 

“Mi chiedo se ♄ (Saturno, piombo) debba corrodere la pietra al posto di ♃ (Giove, stagno) subito dopo che lo spirito abbia disciolto il ♄ e sia sazio, ma non sia ancora diventato una calce secca e nera (che è molto probabile, perché altrimenti ♄ distillerebbe su di esso)…”

Dalle sue osservazioni ricavava poi nuove idee per esperimenti:

“Cose da provare:

1. Estrarre ♀ (Venere, rame) dal Leone verde con acqua forte (=acido nitrico) e farne il mestruo (cioè una soluzione).

2. Provare se questa soluzione può dissolvere il minerale di piombo.

3. Ottenere il vetriolo e sperimentare il fermento.”

Una ricostruzione moderna degli esperimenti di Newton è disponibile anche online.

A poco a poco, diventò sempre più critico su quello che leggeva, senza mai riuscire a scoprire qualcosa di significativo e nuovo per l’alchimia.

Non avendo nessun tipo di strumento d’analisi, Newton testava molti prodotti dei suoi esperimenti assaggiandoli. Rischiava la vita assaggiando e respirando composti chimici che potevano contenere mercurio, metalli pesanti e residui di acido. Un’analisi fatta in tempi moderni ha misurato concentrazioni di mercurio decine di volte superiori alla media nei capelli di Newton.

Le ricerche di Newton sull’alchimia durarono più di trent’anni senza ottenere, com’era prevedibile, nessun risultato pratico. La pietra filosofale era impossibile da realizzare; solo nel ventesimo secolo riusciremo, infine, a realizzare il sogno degli alchimisti, trasmutando un elemento in un altro grazie alla fisica nucleare.

L’alchimia è una cosa strana. Alcuni l’hanno definita “l’impresa meno riuscita della storia della civiltà”: un enorme spreco di tempo e di risorse che ha tenuto impegnati in lavori inutili alcune tra le migliori menti della civiltà in un arco di tempo di più di mille anni.

L’amara verità è che, in secoli e secoli di duro lavoro, gli alchimisti non si avvicinarono di un millimetro al loro scopo, anche perché non riuscirono mai a capire niente di ciò che facevano; le scoperte di alcuni reagenti o acidi, l’invenzione di alambicchi e distillatori furono utili per gli studi successivi, ma assolutamente casuali.

Il problema peggiore dell’alchimia era proprio ciò che la rendeva così attraente; l’alone di mistero che la circondava, e la passione degli alchimisti per un linguaggio ermetico la facevano apparire affascinante, ma bloccavano qualsiasi tipo di confronto sistematico tra diversi esperimenti, e rendevano difficile lo scambio di quell’insieme di conoscenze condivise che è alla base della scienza moderna. Gli alchimisti usavano termini difficili, linguaggi in codice e metodi da cospiratori, dando l’impressione di custodire chissà quale antica sapienza; ma, alla fine dei conti, quello che facevano era mescolare, cuocere e distillare inutili poltiglie puzzolenti.

Come per altre forme di esoterismo, l’alchimia conserva ancora oggi un certo fascino, con migliaia di seguaci e appassionati. Recentemente un mio amico, sapendo che sono un chimico, mi ha chiesto con aria furtiva se conoscevo qualche buon alchimista, perché aveva bisogno di preparare il VETRIOL. Da bravo (aspirante) alchimista, non ha voluto rivelarmi il perché.

La scoperta del Newton segreto

Morto Newton, per ben tre secoli nessuno si prese la briga di decifrare le decine di fogli di appunti e note che aveva scritto sull’argomento. Nel 1936 gli appunti di Newton, dopo aver passato secoli sepolti nelle soffitte di vari nobili inglesi, furono venduti all’asta. Il prezzo di vendita di tutti gli appunti era incredibilmente basso, circa 9000 sterline.

Fu un altro grande scienziato ed economista, John Maynard Keynes, a recuperare fortuitamente gli appunti segreti di Newton e mostrare al mondo il lato più segreto, e nascosto, del genio.

John Maynard Keynes, l’economista che recuperò i testi perduti di Newton

Keynes fu avvertito dell’asta mentre era già in corso. Oltre a essere uno degli economisti più famosi della storia Keynes era anche un cultore di libri. Riuscì a comprare una buona parte degli appunti, soprattutto quelli sull’alchimia, e cominciò a studiarli, scoprendo con sorpresa che la personalità di Newton era molto, molto più complessa di quanto si era creduto sino allora.

“Newton non fu il primo scienziato dell’età della ragione, ma l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri … questo spirito originale fu tentato dal Diavolo a credere di poter carpire i segreti di Dio e della Natura col puro potere della mente, riunendo Copernico e Faust in una persona sola.”

Le ricerche di Newton sull’alchimia e la religione durarono più di trent’anni senza ottenere, com’era prevedibile, nessun risultato pratico. Per nostra fortuna, tra uno studio di alchimia e uno di religione, Newton trovò anche il tempo di fare qualche esperimento di fisica, e spiegare a noi poveri mortali come funziona l’universo.

La cosa paradossale è quindi che Newton si giudicò un fallito. Le grandi scoperte che a noi sembrano un successo di dimensioni colossali erano per lui, invece, solo un piccolo passo verso un obiettivo ancora lontano. Egli si vedeva così:

Non so come posso apparire al mondo; a me sembra di essere stato solo come un bambino che gioca sulla spiaggia, divertendosi nel trovare un sasso più liscio del solito, o una conchiglia più bella,

…mentre il grande oceano della verità si estendeva, inesplorato, di fronte a me.

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