Inve(n/t)tiva

 

Bloccato in un ingorgo. Basta. Da domani prendo il treno.

E’ l’ultima volta che mi faccio fregare.

Come avevo già detto anche la penultima volta, e la volta prima ancora.

Seduto sotto al sole al chilometro dodici del Gra, avvinghiato al volante della mia Panda del 1990 (ottimo anno per un vino, pessimo per una Panda), sudo sudore  a litri e penso. Il piede anchilosato sulla frizione, pronto a fare uno scatto da Formula Uno che mai verrà, penso. Circondato di migliaia di copie sudate di me, chiuse in migliaia di copie roventi della mia Panda, penso.

C’è un po’ di movimento, il serpente chilometrico dell’ingorgo si stiracchia leggermente. Una macchina avanza di dieci centimetri, altre ventimila la seguono.

Un giorno tutto questo finirà, un giorno finiremo di fare le cose tutti assieme, tutti uguale, tutti male.

La radio parla di un politico che ha rubato dieci miliardi, poverino, che poi però si è pentito, poverino, e gli hanno dato gli arresti domiciliari dopo venti anni di processi.

Poverino.

Mi sorpassa a passo d’uomo una donna al volante di una Simca del 1982 (ottimo anno per la Nazionale di calcio, pessimo per una Simca). Una donna di età indefinita, che guarda nel vuoto. Una sigaretta le sbuca dalle labbra, e il fumo si allarga nell’aria immobile creando forme strane, nuvole minuscole e pecorelle allucinogene e draghi voluttuosi che la donna sembra modellare col solo flusso intenso dei suoi pensieri incazzati.

Il termometro attaccato al cruscotto, souvenir d’autogrill, dice che la temperatura esterna ha appena raggiunto i 39º, e quella interna è purtroppo uguale a quella esterna, visto che la Panda modello 1990 non prevede aria condizionata.

Chiudo gli occhi e m’immagino quel politico corrotto (poverino) sul balcone del suo attico del Lungotevere. Chissà se anche lui sta pensando a me.

Sono Mister Nessuno, chiuso in una Panda al chilometro dodici della tangenziale. Io che ogni mattina si alzo per andare a guadagnare la mia mezza pagnotta quotidiana, per sfamare mia moglie e il mio bambino. Dico bambino, uno solo, perché ormai quasi nessuno ha l’audacia, il coraggio di trovare i soldi per fare più di un figlio.

Noi siamo i Mister Nessuno, il nostro valore è Niente, e ci hanno precarizzato anche il cuore.

 

Mi sto ancora crogiolando all’idea di essere povero quando il mio cellulare s’illumina. Lo fa per smentirmi, il bastardo. E’ uno di quelli ultimo modello, una cozza di plastica nera e silicio, regalo di mia moglie, con due schermi e duecento fantastiliardi di colori, che è al tempo stesso macchina fotografica davanti, televisione dietro e stereo di lato.

Può rompere le palle con più di venti polifonie stereofoniche.

Eppure, si illumina. Lo prendo in mano, accarezzando la plastica leggermente rugosa del suo guscio, provando piacere di cui mi vergogno, un piacere progettato a tavolino dall’ingegnere nipponico o finlandese che ha disegnato il guscio rugoso della cozza. Mi piace accarezzarlo, devo confessare. Un sostituto della masturbazione ? (il mio pisello non suona e non s’illumina, però certe volte vibra).

Chi mi sta chiamando ? Nessuno mi chiama mai, nonostante il cellulare ultrapotente. Mia moglie ? Impossibile. Me lo ha regalato lei, ma non mi chiama mai.

Ricordo che mia moglie era innamorata di me tanto tempo fa. Poi il nostro Amore si è perso, forse sepolto in un cesto di panni sporchi, buttato forse in lavastoviglie con le tazzine sporche di caffè.

Forse mia moglie ha un altro. Chissà se gli ha regalato un cellulare migliore del mio.

Apro di scatto la cozza tecnologica, con gesto elegante del polso. Sopra c’è un simbolo che non ho mai visto, con una frase assurda. Mi chiede ciao, come stai ?  E poi, come ti chiami ?

Ma chi sei, rispondo componendo la frase col pollice sulla tastiera.

Sto provando a Chattare con te, mi dice, tramite Bluetooth.
Rimango stupito della stessa astrusità della frase.

Alzo gli occhi, è la signora dell’altra macchina. Si sente sola. Lei mi saluta, alza la mano con gesto vezzoso. Vuole comunicare. Comunico. Alzo anch’io la mano, allungo il dito medio. Lei mi manda al diavolo. Spengo il cellulare, e mi riaggrappo al volante.

Se mia moglie non stesse già preparando il pranzo sarei quasi tentato di fare la rivoluzione. Uscire fuori da questo forno, spalancare gli sportelli di tutte le auto, trascinare fuori tutte le migliaia di copie di me stesso, portarli oltre il cavalcavia, oltre il prato, magari a fare il bagno tutti insieme, magari a distruggere il cosiddetto mondo civilizzato.

Un giorno ci accorgeremo che ci stanno fregando, un giorno scopriremo il trucco, un giorno tutto cambierà. Marx resusciterà dalla tomba, e Gesù Cristo riscriverà il Capitale, e noi ci arrabbieremo davvero. Quando il gregge alza la testa, tutto può succedere. Tutto succederà.

Vedrete.

 

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