Tocca a te

ENRIII… -gridava mia madre.

Del passato ricordo, soprattutto, la luce e la polvere. Una polvere fine di strada che riempiva l’aria e tutto ricopriva mentre con gli altri bambini correvo disperato dietro a un pallone. Il cortile era il nostro campo di giochi, la nostra palestra e regno, il nostro centro dell’universo.

Giocavamo ogni minuto disponibile, sinché il sole calava dietro i palazzi e le voci delle madri cominciavano a urlare i nostri nomi.

La mia aveva una delle voci più potenti del quartiere, faceva girare le teste

– Enriii…

Chiamandomi caricava le E come se ci fosse un’acca davanti, allungando la i finale come un arpione che mi avrebbe, sperava lei, riportato a casa.

Io mi chiamavo Enrico (ora non più), ma il “co” finale del mio nome, in quel quartiere estremo di periferia, non lo aveva mai usato nessuno.

Traccheggiavamo il più possibile prima di rientrare, usando scuse sempre uguali come l’ultimo goal da fare o un pareggio da sbloccare (in realtà i punteggi delle nostre partite erano sempre qualcosa come 45 a 35, o 64 a 50; il pareggio era un evento raro, quasi leggendario, roba vista solo in serie A.

Poi, inevitabilmente, le case reinghiottivano tutti i bambini, per la cena, un po’ di televisione e infine i compiti di scuola, tenuti astutamente come ultima cosa da fare nella giornata.

Mia madre mi accoglieva col solito ceffone perché avevo fatto tardi, perché mi aveva dovuto chiamare tre volte, perché ero completamente ricoperto di polvere, o per tutte queste cose insieme. Di mia madre ricordo tutto e niente. Il ricordo è fatto di odori, di sapori, del tepore piacevole di un abbraccio; sugo e prezzemolo, cipolla e bagnoschiuma.

Morbida e bianca come il pane appena sfornato, dura come i suoi mestoli e i suoi ceffoni, sempre indaffarata ma sempre presente. Non riesco a ricordare, però, il suo volto, o una sua qualsiasi specifica frase. Mia madre non esprimeva mai opinioni su cose che non fossero vicine, concrete, cose che lei conosceva e poteva toccare con mano.

Per le opinioni c’era invece mio padre. Tanto mia madre era concentrata sul mondo vicino quanto mio padre si appassionava al vasto mondo di fuori, alle novità dell’epoca di allora.

Noi bambini aspettavamo con ansia il suo ritorno; arrivava dall’officina in tuta, preceduto da una sottile nuvola di odore di olio motore e sigaretta. Si toglieva le scarpe e ci baciava, a uno a uno, per ultima mia madre, per poi sedersi maestoso a capotavola, a presenziare la cena.

Dopo, il rituale della TV. Tutta la famiglia si metteva sul divano davanti al sacro fuoco elettronico, e cominciava un’intensa lotta diplomatica per scegliere il programma da vedere, lottando di arguzia per influenzare mio padre, padrone ultimo del telecomando.

Prima di qualsiasi programma c’era, imprescindibile, il telegiornale. Mio padre non se ne perdeva neanche uno. Non guardava il telegiornale, lui ci parlava, come si parla a un amico al bar. Ogni servizio era coperto, interrotto, mescolato ai commenti tonanti di mio padre.

Aveva opinioni nette di qualsiasi argomento, ma soprattutto di politica. La politica di quegli anni era complessa e imprevedibile ma non c’era evento, alleanza politica o capovolgimento di maggioranza che mio padre non avesse previsto a posteriori.

– Ecco – gridava con sottile sarcasmo – lo sapevo che si mettevano d’accordo!

E si alzava di scatto dal divano, la mano a indicare lo schermo come per essere sicuro che sapessimo cosa lo faceva arrabbiare, e ci guardava, girato di tre quarti tra noi e la TV, per essere sicuro che non fossimo distratti, per accertarsi che né la mamma né noi bambini ci perdessimo l’importante notizia.

– Sono tutti uguali, pensano tutti alla stessa cosa –diceva spiegandoci ogni volta – La Poltrona! Sono tutti lì a far finta di litigare, a parlare, a brigare… fan finta di essere nemici, poi finisce a magna-magna, una mano lava l’altra e tutte le mani finiscono in saccoccia.

Ricordo che non capivo mai bene cosa voleva dire, ma adoravo la parola magna-magna.

– Saprei ben io dove mandarli. In miniera! In miniera, a lavorare tutti, i parlamentari, i segretari e sottosegretari, tutti! Anche gli uscieri del Parlamento. Non sempre, basta un mese all’anno, tanto per fargli capire, oppure in officina da me, a caricar motori sul carrello.

Chiudeva sempre ogni discorso con un commento generale:

– Che tempi, che tempi! Non è più come una volta.

Non specificava però mai a che volta si riferisse. Figlio di partigiani, non poteva permettersi di parlar bene di Mussolini, ma sospetto ancor oggi che gli fosse simpatico.

Finì la scuola, prendemmo i voti che dovevamo prendere, felici di chiudere l’anno per poterci dedicare a tempo pieno al pallone. D’estate le giornate si allungavano interminabili, calde e felici. A dieci anni eravamo già fisicamente onnipotenti ma ancora lontani dalla tempesta ormonale dell’adolescenza. Avevamo un unico pensiero: giocare.

Vacanze? Nessuno dei nostri padri aveva abbastanza soldi da portare la famiglia in vacanza. L’estate era per noi il cortile, per i nostri padri il bar. Per le nostre madri l’estate non esisteva, continuavano come sempre i lavori quotidiani.

Il cortile era la parte centrale della nostra vita e tutto quello che accadde lo ricordo come dettagli minori, sullo sfondo, di cui non capivo il significato profondo. Penso che tutti, adulti e bambini, facessero lo stesso errore, ignari e tranquilli in quell’estate così lontana.

A giugno ci fu il famoso caso Bănică. Una bimba di nove anni rapita, stuprata e uccisa da un bracciante, un immigrato moldavo reo confesso. Ricordo che la bambina sembrava un angelo capelli biondi e occhi azzurri, mentre l’assassino sembrava un mostro, denti irregolari e problemi psicologici che lo facevano parlare a malapena.

Era una storia ideale per il pubblico, semplice drammatica e orripilante; i giornalisti ci si avventarono sopra, i TG allungarono i minuti di trasmissione per sviscerare tutti i dettagli dell’orrore.

Sembrò a un certo punto che l’avvocato del mostro sarebbe riuscito a farlo scarcerare, con la scusa dell’infermità mentale. L’opposizione insorse premendo sul Parlamento. Insorse anche mio padre.

– È uno scandalo –urlava ogni volta che il faccino rotondo della bambina riempiva lo schermo TV – neanche l’ergastolo basta! Saprei io come fare, questa gente si deve torturare, poi curare, poi ritorturare ancora!

E alzava le mani enormi grandi come badili stringendole a pugno.

Sentiva quella bambina come figlia sua, sentiva l’orrore e lo stupore dovuti all’evidenza che al mondo esistevano persone così malvage d fare del male a esseri così puri, sentiva l’impotenza di non poter fare niente per rimuovere quell’orrore dal mondo.

L’estate continuava lunga, afosa e avara di novità. Gli uomini, al bar, parlavano di nulla e bevevano caffè seguendo per inerzia il calciomercato estivo, contando i giorni che mancavano all’inizio della serie A. Noi bambini contavamo, per motivi opposti, i giorni che mancavano all’inizio inesorabile della scuola.

In autunno cadde il governo, indebolito dalle nuove tasse che aveva dovuto creare, sfinito dalle spallate dell’opposizione.

– Lo sapevo! – commentò mio padre – tutti a casa, è finita la pacchia!

Cominciò un periodo confuso di cui non capivo molto ma che somigliava molto a come, nel cortile, sceglievamo ogni volta le squadre. Ogni partito cercava di attrarre questo o quel giocatore, tutti cercavano di aggregarsi ai più forti minacciando altrimenti di allearsi con gli altri.

I tre partiti di maggioranza riuscirono alla bell’e meglio a creare un altro governo passabile, rinviando lo spettro delle elezioni con grande scorno dell’opposizione e, soprattutto di mio padre, che aspettava ogni elezione come noi bambini aspettavamo ogni Natale.

In campagna elettorale viveva quasi solo di TV. Era, devo dire, un gran periodo anche per noi, perché nostro padre era così preso dalla politica da perdonarci ogni cosa.

Con grande disappunto dell’opposizione, di nostro padre e di noi, niente elezioni quell’autunno.

L’inverno era per me il periodo peggiore dell’anno; freddo e monotono, una sequenza interminabile di giorni di scuola e scuro, con pochissime ore di luce per giocare.

Continuavamo comunque a tirare calci al pallone sinché quasi non si vedeva più neanche la porta. Il nostro calcio era molto diverso da quello che si vedeva in TV; tanto per cominciare, il campo da gioco era a forma di L, frastagliato di ostacoli in forma di lampioni, bidoni e auto parcheggiate la cui posizione influenzava, di volta in volta, la strategia di gioco. C’era anche un marciapiede nel mezzo, basso e con gli spigoli acuti, che aveva causato tra noi bambini più spargimenti di sangue di un dottore.

E poi le partite erano un caos, con le squadre che cambiavano ogni cinque minuti a seconda di chi arrivava e di chi doveva andar via, col punteggio deciso da chi teneva meglio il conto, o lo gridava più forte, con le regole del calcio d’angolo e del fuorigioco confuse nella nostra mente di bambini, oggetto ogni volta di furenti discussioni e negoziati.

La palla si considerava in gioco anche quando finiva sotto una macchina, o su un balcone, proprietà di chi la raggiungeva prima. Si poteva giocare di sponda coi muri, falli e rigori erano sempre assegnati con gran baccano, a seconda di chi gridava di più, tra giuramenti di onestà e accuse di spergiuro.

La vita del trentesimo governo della Repubblica Italiana non fu così diversa da quella del nostro cortile. Anche lì le squadre cambiavano giorno per giorno, con uno stillicidio di parlamentari che perlopiù lasciavano la maggioranza per l’opposizione, ma che a volte facevano il contrario. Anche là le regole, in teoria chiare, erano in pratica confuse, decise volta per volta a seconda di chi gridava di più.

Ogni partito giurava come noi bambini di parlare solo per amor di verità, lasciando sottintendere come logica conclusione che tutti gli altri mentivano.

La partita del governo finì ad aprile, con soddisfazione apparente di tutti. Le nostre continuarono, nel cortile, molto più stabili e longeve di qualsiasi governo.

Ci preparammo tutti alle elezioni: io e i miei fratelli volevamo chiedere a mio padre una bicicletta (lui disse di si, la mamma disse di no) o un cane (lui disse di no, la mamma disse di si); a causa di queste divergenze nella leadership, non avemmo niente.

Il cambiamento più grosso che sconvolse la famiglia fu però in mio padre. Seguiva i dibattiti politici con la stessa perseveranza di sempre ma con meno loquacità, sembrava pensieroso, ombroso. Un giorno, a cena, tra il minestrone fece un annuncio sorprendente.

– Penso – disse – che stavolta voterò qualcos’altro.

Tutti, mamma e bambini assieme, sollevammo gli occhi dal piatto sorpresi. Per noi era come se il papa fosse diventato buddista, o Budda fosse diventato Papa. Mio padre non aveva mai dubitato, mai di cambiare partito perché cambiare partito sarebbe stato come ammettere di aver avuto torto e mio padre non aveva mai torto. L’annuncio di quel cambiamento fu quindi per noi uno shock maggiore di quello che voi, avendo avuto spero una famiglia normale, potreste pensare.

Venne fuori che mio padre pensava comunque ancora di aver ragione, in questo non era cambiato; era il suo vecchio partito, disse, a essere cambiato, entrando nel torto.

Era ora, ci disse, di cambiare, di fare spazio al NUOVO CHE AVANZA. Dopo scoprii che la frase non era sua, ma mi rimase impressa e cominciai a usarla anche a scuola, quando litigavamo sulle nuove regole introdotte in Champions League.

Mio padre non era il solo, si scoprì, a desiderare che il nuovo avanzasse. Alle elezioni di maggio l’opposizione prese una valanga di punti e una maggioranza così larga da promettere, finalmente, stabilità per cinque anni, una cosa mai vista nella povera Repubblica Italiana.

Sono di allora i primi ricordi che ho del Capo. Lo avevo già visto prima, nei vari TG di mio padre, ma ai miei occhi di bambino i politici sembravano tutti uguali.  Notai il Capo perché, stranamente, mio padre non ne parlava male. Non che ne parlasse bene (mio padre non sarebbe mai stato soddisfatto da nessun politico, mai) ma non lo derideva ferocemente come aveva fatto con tutti gli altri presidenti del consiglio.

– Almeno questo parla chiaro, semplice e va dritto al punto – diceva, aggiungendo comunque una lunga lista di difetti dopo questo primo timido apprezzamento.

Era vero. Quando parlava il Capo anch’io riuscivo a capirlo. Era il primo politico di una razza nuova, dicevano i suoi, senza sapere che sarebbe stato anche l’ultimo.

La prima legge del nuovo governo fu, come promesso in campagna elettorale, una stretta sulla criminalità. Cambiarono la legge che aveva quasi permesso a Bănică di sfuggire alla prigione. La nuova legge semplificava di molto le regole per l’arresto preventivo, inaspriva le pene, dava più potere e libertà di operare alla Polizia per perseguire i criminali.

L’opinione pubblica apprezzò il giro di vite, i partiti dell’opposizione criticarono ma lo fecero stancamente, senza entusiasmo, solo per mestiere. Il nuovo governo dimostrò subito che le nuove regole non erano astratte, ma che intendeva farle applicare sotto lo sguardo vigile, naturalmente, di mio padre. Fu allora che scoprii per la prima volta, sorpreso, che c’era un collegamento tra le cose che vedevamo in TV e la vita reale.

Ero presente il giorno che arrestarono il Luccio. In realtà si chiamava Pasquale Luccini, scoprii dal TG locale, ma nel quartiere era (ben) noto col soprannome di Luccio per la faccia lunga, da pesce, e gli occhi azzurri e un po’ acquosi. Noi bambini lo conoscevamo per fama, lo vedevamo spesso trafficare coi ragazzi più grandi. Luccio era un piccolo spacciatore, lo sapevano tutti; ciondolava tutto il giorno per bar e tutta la sera per locali, vendendo quello che aveva (di solito hashish o pasticche) a gente che ne aveva bisogno. Era, a detta di tutti, un essere infimo; una volta era venuto persino davanti alla scuola media ma un genitore lo aveva visto e caricato di mazzate. Di sicuro meritava di andare in prigione.

Una mattina, tornando dalla parrocchia vidi tre gazzelle della Polizia sgommarmi di fianco e cominciai eccitato a rincorrerle come tanti altri ragazzini. Si fermarono con gran stridore di gomme e coi lampeggianti accesi di fronte a un condominio anonimo vicino casa mia dove (seppi poi) il Luccio viveva con sua madre.

Lo fecero vedere al telegiornale della sera, i suoi occhi da pesce persi tra le facce soddisfatte del questore e i flash dei fotografi. Aveva il dubbio onore di essere il primo criminale d’Italia arrestato grazie alla nuova legge. Fuori dalla questura, la folla sembrava impazzita, qualcuno provò persino a sputargli addosso, colpendo invece i poliziotti che gli facevano da scudo.

– Quel pezzo di merda se lo meritava – disse mio padre, che purtroppo era al lavoro e si era perso la scena – Ora speriamo che buttino la chiave.

Buttarono la chiave. Luccio si prese dieci anni di reclusione, e grazie alle nuove leggi non c’era nessuna speranza di libertà condizionale.

Incoraggiato dall’appoggio del popolo, il governo fece altre leggi per semplificare, irrigidire, velocizzare. L’Italia era una palude di immobilismo da dragare, bonificare, su questo erano tutti d’accordo. Sul come farlo, invece, le opinioni erano diverse e il dibattito feroce, evidente nei tanti talk show che seguiva mio padre.

– Ma come fanno, come fanno? Non vedono che così non funziona? Cosa vogliono fare, tornare indietro a com’era prima?

Ma il dibattito politico continuava, feroce e inconcludente, come sempre. Il TG del canale principale raccontava delle accuse lanciate dall’opposizione al Capo, accuse di corruzione, truffa e abuso delle risorse dello stato. Queste sterili polemiche rallentavano il piano di lavoro del governo.

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando un giornale critico pubblicò un titolo a quattro colonne: “terminare il Capo”. La maggioranza s’indignò per questa chiara istigazione all’omicidio, l’opposizione rispose, il Parlamento decise che era il momento buono per risolvere il problema una volta per tutte.  Tirò fuori una legge che aumentava le responsabilità economiche e penali dei giornalisti, che potevano da allora in poi scrivere impunemente solo notizie verificabili, confermate dalle autorità giudiziarie e rispettose della dignità umana.

– Meglio così – commentò mio padre, per una volta stranamente sintetico – forse un po’ troppo, ma quando ci vuole ci vuole.

Le nuove regole però danneggiarono anche lui. Cominciò a lamentarsi che i dibattiti TV avevano perso mordente, le discussioni erano più noiose e tutti i TG sembravano più uguali.

Io non badavo più di tanto ai suoi commenti, preso com’ero in quel periodo dal torneo di calcetto tra le scuole medie, e da uno strano, sorprendente interesse che mi sentivo crescere per una ragazza, in classe da me, che mi faceva sentire lo stomaco sottosopra ogni volta che ci parlavo.

Intendiamoci, non ero uno stupido e sapevo già da tempo come funzionavano quelle cose, maschi femmine eccetera; sapevo persino come nascevano i bambini (e non c’entrava la cicogna).

Non pensavo però, non riuscivo a concepire che una cosa tanto assurda e inutile potesse succedere anche a me. L’amore era come la politica, un’astrazione che infestava i canali TV con inutili programmi sdolcinati, utili solo a diluire le notizie sportive, niente che potesse riguardarmi da vicino.

Quell’anno arrivammo secondi al campionato inter-scuola, perdendo la finale in maniera vergognosa. Giurammo vendetta.

Nel frattempo il governo proseguì la sua marcia, come promesso in campagna elettorale. A settembre riordinò e semplificò le telecomunicazioni, a ottobre i trasporti, a novembre l’amministrazione di comuni, provincie e regioni. Alle conseguenti elezioni regionali di gennaio vinse a mani basse, ridicolizzando i partiti di opposizione. Mio padre aveva cominciato a sfogare la sua astinenza da dibattito TV al bar, dove passava le serate a urlare con o contro i suoi migliori amici in discussioni interminabili sul futuro della nazione e su quello della nazionale (si avvicinavano i mondiali di calcio). Io mi appassionavo molto al secondo argomento e molto poco al primo, quelle volte che mio padre mi portava al bar, e bevendo il mio chinotto guardavo dal basso in alto quegli adulti strani, capaci di urlarsi sino quasi alla rissa per tre ore per poi bersi tranquillamente un bicchiere di vino assieme, e ricominciare daccapo la sera dopo.

Andava quindi tutto bene, dicevano i TG. L’unico problema serio era dovuto all’economia dove l’Italia, schiacciata dal peso di una crisi internazionale di cui non aveva colpa e osteggiata dalle grandi banche europee, lottava con le unghie e con i denti per stare a galla. Era una crisi congiunturale, dicevano i TG, io non conoscevo quella parola, per questo la ricordo così bene.

Certe sere, dopo che ci avevano messi a letto, sentivo mio padre bestemmiare in cucina tra fatture e bollette, nominando la stramaledettissima crisi, mentre mia madre gli sibilava non gridare che svegli i bambini. Noi eravamo svegli già.

Soprattutto, mio padre odiava le banche, i loro continui richiami e avvisi gentili, scritti in Italiano perfetto per ricordare scadenze irremovibili. Fottuti vampiri della povera gente, li chiamava mio padre.

E il governo, quasi leggendogli nel pensiero, a marzo decise di mettere il guinzaglio anche alle banche, aumentando allo stesso tempo la produzione di valuta.

– È una mossa giusta – dissero insieme mio padre e tutti i TG – con più denaro in giro si stimolerà l’economia.

Ma questo non bastò; così il governo dovette lavorare ancora, procedendo a forza di decreti per arginare la crisi economica che non si fermava. Ad aprile semplificò le leggi sulle multinazionali, a maggio quelle sul lavoro e sindacati, a giugno quelle sulle Forze Armate che (dissero in pochi) centravano comunque poco con l’economia.

In estate il Capo si pronunciò di persona in Parlamento, in un discorso in difesa dei lavoratori italiani, che erano svantaggiati. Non disse rispetto a chi, ma era chiaro che se loro erano svantaggiati, erano gli stranieri ad essere avvantaggiati.

Citò la concorrenza sleale, la Cina e tutti i cinesi che lavoravano in maniera irregolare, in enormi capannoni sparsi ovunque in Italia, con le loro mogli e i loro figli, lavorando dormendo e cagando e moltiplicandosi, sempre nello stesso posto, come polli d’allevamento. Milioni di teste annuirono, chi non aveva già sentito quella storia? Il Capo disse proprio così, “cagando e moltiplicandosi” come se fosse la stessa cosa. Me lo ricordo bene, anche perché quel discorso è ora nei libri di Storia.

Tutti furono chiaramente d’accordo nel vedere le nuove leggi che permettevano alla Polizia di entrare nelle fabbriche o in qualsiasi attività commerciale senza dover chiedere autorizzazioni o mandato, e arrestare anche in maniera preventiva tutti i lavoratori irregolari. La TV mostrò che il Capo aveva ragione, e gli schermi si riempirono di filmati di spettacolari irruzioni di poliziotti in capannoni orrendi, posti invivibili, pieni di materassi, macchine da cucire, stracci e bambini urlanti, soprattutto asiatici, filmati pieni di zone buio squarciate freneticamente dalle luci violente delle telecamere al seguito dell’irruzione.

Tutti furono contenti, ma anche così l’economia stentava a migliorare. Mio padre licenziò due dei suoi apprendisti in officina, dovendo scegliere si tenne solo quello italiano, per sicurezza. Con meno persone al lavoro cominciò a tornare a casa sempre più tardi. Spesso si perdeva persino il TG delle otto e l’idea di chiedergli una bicicletta divenne solo un ricordo lontano.

Le cose continuarono a peggiorare per un paio d’anni. Tutto sembrava andare di male in peggio. Ma io non ci feci molto caso, preso da problemi più gravi: a quattordici anni non avevo ancora mai baciato una ragazza, e nessuna squadra italiana vinceva da tempo la Champions League. Ero sicuro che presto avrei baciato una ragazza, ma quanto avremmo dovuto aspettare per la Champions?

Una sera di marzo il Capo apparve all’improvviso, a reti unificate, sostituendo sugli schermi senza preavviso un noto presentatore di quiz televisivi. Spiegò che le forze di polizia avevano fatto partire una vasta operazione, una serie di arresti atta a smantellare una rete di cospiratori che lavorava per prendere il potere tramite un colpo di stato. Era un momento buio, spiegò, con un grande minaccia che incombeva su tutti noi. Tra gli eversivi c’erano importanti imprenditori, banchieri, politici e giornalisti, persone abili e potenti, strategicamente collocate in vari gangli vitali della società. La loro strategia era semplice ma efficace, creare uno stato di emergenza nel paese, sabotando la sua economia e il suo funzionamento, ingigantendo problemi inizialmente minori, minando la fiducia del popolo nello Stato. Stavolta non ricordo nessuna faccia al telegiornale, i nomi degli arrestati si seppero molto dopo.

– Loro erano –disse il Capo – il cancro nascosto della nostra società. D’ora in poi, se Dio vuole, non lo saranno più.

Sull’onda del terrore e dello sgomento seguito alla congiura tutto accelerò.

Molti degli arrestati rivelarono sotto interrogatorio che la rete di congiuratori era “eterodiretta” (questa è un’altra parola strana che ricordo bene) da una potenza esterna. Tutti gli indizi e le confessioni puntavano alla Francia, nostra nemica storica nel campo delle esportazioni, del turismo e del calcio. Eppure.

– La Francia? – disse mio padre incredulo, vedendo il titolo a quattro colonne sul quotidiano locale.

Il governo francese negò qualsiasi coinvolgimento (cos’altro potevano fare? Si disse nei bar) ma la veemenza delle loro risposte fu presa dai giornali e dalla Rete come un chiaro indizio di colpevolezza.

Ne seguì una piccola crisi diplomatica che i giornali alimentarono con cura, quasi con cautela, come si alimenta con trucioli un fuoco appena acceso.

Il Capo gestì la crisi con fermezza ma senza esagerare, alla fine ritirò ufficialmente ogni accusa al nostro amato vicino francese, e tutto finì in un niente. Ma l’atmosfera era cambiata.

Ma cosa m’importava della Francia? Avevo trovato, finalmente, una ragazza, ed ero in quell’età in cui si comincia a chiedersi cosa fare nella vita. Di continuare a studiare dopo le superiori non se ne parlava neanche, non c’erano né i soldi né la volontà. Avrei voluto fare il calciatore, ero un buon centrocampista, ma da quelle parti non passavano molti talent-scout. Mio padre aveva cominciato a portarmi in officina per fare qualche lavoretto ogni tanto, buttava lì mezze frasi sul fatto che ormai stavo diventando un uomo e dovevo cominciare a dare una mano alla famiglia. Io non ero tanto sicuro di voler fare il meccanico per tutta la vita. Pensavo, con l’ingenuità dell’adolescenza, che tutto girasse attorno a me.

Fu un giorno preciso che scoprii di essere solo un piccolo frammento secondario di un mondo infinitamente vasto e complesso che procedeva incurante, con la forza della Storia.

Fu una domenica, un giorno assolutamente come gli altri, di un aprile già baciato dalla primavera. Spinti dal primo vero sole dopo un lungo inverno freddo, eravamo tutti nel cortile. I vecchi a giocare a carte o a chiacchierare sui tavolini, le massaie a stendere i panni e noi, inutile dirlo, a correre dietro a un pallone. Avevo appena preso la palla, lo ricordo bene, e correvo sulla fascia; nessuno poteva fermarmi e nessuno, stranamente, lo fece. Mi accorsi che c’era qualcosa di strano quando arrivai indisturbato davanti alla porta trovandomi davanti il portiere che, incurante di me, guardava alle mie spalle, lontano. Tirai comunque il pallone dentro la porta, per automatismo, ma sapevo già che quello non era un goal.

Una gazzella della Polizia era entrata nel cortile coi lampeggianti accesi, frenando in una nuvola di polvere. Portava le insegne della nuova superpolizia, appena creata dal governo accorpando la vecchia polizia e i carabinieri, un’ulteriore passo sulla strada della semplificazione.

Ne scesero tre superpoliziotti in uniforme nera, i corpi gonfiati dalle imbottiture protettive antisommossa. Uno di loro portava anche a tracolla un fucile automatico, di quelli piccoli che sparano proiettili di gomma, come vedevamo nei TG.

– Cosa succede qui?  – chiese quello davanti, un tipo basso con la barba, gridando a tutti e a nessuno in particolare.

La domanda era così generica e sorprendente che nessuno di noi rispose.

– Che ci fate qui?  – ripeté il poliziotto, con una leggera irritazione. Ancora silenzio.

Finalmente il poliziotto decise di chiarire.

– Tutti gli assembramenti pubblici sono vietati da venerdì scorso – gridò – massimo tre persone alla volta per strada. Dovete sgomberare, tornate alle vostre case. Non vedete la TV?

Tutti guardavamo quell’uomo vedendo l’uniforme nera, il manganello e la cintura appesa al cinturone. Un assembramento? Ma era un cortile, per Dio, era il nostro cortile. Come poteva la signora Pirri far parte di un assembramento, grassa e stupita e col braccio ancora attorno al cesto dei panni? Oppure nonno Adelmo, col bastone appoggiato al tavolino e le carte del tressette ancora in mano?

E così senza capire guardavamo il poliziotto, come un gregge di buoi guarda il cane pastore quando abbaia.

Finalmente qualcuno si fece avanti. Era Giovanni, il centravanti della squadra avversaria, diciassette anni, bello come un Dio. Mi stava antipatico da sempre, oltre a essere bello era anche un gran calciatore, e tutte le ragazze gli svenivano dietro. Un leader naturale, amato da tutti, sicuro di se e per questo fece un passo in avanti, e quello fu un errore. Vedemmo i poliziotti irrigidirsi.

– Giochiamo a pallone – disse Giovanni, in tono tranquillo e amichevole – non è un assembramento, non parliamo di politica.

– A casa – disse secco il poliziotto – ora. Tutti.

Giovanni non era uno stupido, ma la sua bellezza e il suo carisma lo avevano reso orgoglioso. Era un vincente, non abituato a perdere. Secondo me si era già pentito di aver parlato ma ora, davanti a tutti i suoi amici e vicini, e soprattutto davanti alle ragazze, non poteva ritirarsi senza almeno un minimo di scena. E poi, deve aver pensato come pensavamo tutti allora, era il nostro cortile, cazzo. E noi eravamo almeno in quaranta, e i poliziotti solo tre. Così Giovanni fece il suo secondo errore e, con aria di sfida disse:

– Voi non avete il diritto…

– Oh, si –disse il poliziotto, venendo avanti con gli altri tre. Non ci fu tempo per Giovanni di fare un terzo errore reagendo in qualche modo. I poliziotti sfilarono con un gesto fluido e veloce i manganelli all’unisono, quasi gioiosi.

Un attimo dopo Giovanni era a terra, rannicchiato a uovo, con le braccia a coprirsi la testa e  i poliziotti tutt’attorno, coi manganelli che si alzavano e rapidi si abbassavano battendo regolari. LA cosa più sconvolgente erano i rumori di quando i manganelli colpivano il corpo, come quando si batte un tappeto nel cortile.  

Nessuno reagì, eravamo troppo stupiti, troppo sorpresi dalla rapidità dei fatti. Eravamo anche troppo stupidi, avremmo dovuto già sapere, già capire da tempo.

I poliziotti lavorarono bene e veloce, con esperienza venuta dalla lunga pratica, massima spettacolarità e minimi danni permanenti. Sapevano dove colpire per causare tanti schizzi di sangue e solo qualche osso rotto, senza colpire parti vitali; non erano lì per uccidere, ma per educare.

Durò poco, dopo un minuto avevano già finito. La terra del campetto era adesso scura, quasi nera per il sangue assorbito dalla polvere; Gianni era un fagotto informe di vestiti, lo sentivamo piangere, piano, come il ragazzino che era.

– Torneremo tra un’ora – disse il poliziotto, ancora un po’ affannato per lo sforzo – non fatevi trovare.

E poi andarono via sgommando. Credo che io solo, tra i presenti, riconobbi il poliziotto, nonostante la barba. Era il Luccio.

L’ultima partita che giocammo nel cortile sii interruppe quel giorno, per cause di forza maggiore, sul punteggio di dodici a dieci per noi. Non la finimmo mai, e non ce ne furono altre. Io quel giorno avevo segnato tre goal, per quel che può importare.

Tutti ormai avevano capito ma chi fu più sconvolto fu è chiaro, mio padre.

Ricordo il suo sguardo sorpreso, stupito, come di chi si sveglia in una stanza che non riconosce.

Arrivò al cortile dall’officina, dove gli avevano detto, e rimase in piedi davanti alla macchia di sangue ormai vecchio, rimasto lì dopo che avevamo riportato Giovanni da sua madre.

Rimase a lungo a guardare la scena, con le spalle basse, e per la prima volta mi sembrò un vecchio.

Da allora, ho pochi ricordi di lui, confusi. Lavorava sempre di più e parlava sempre di meno. Smise di guardare i telegiornali, anche perché ormai erano uguali in tutte le reti. Dedicava il poco tempo libero alle parole crociate. Ogni tanto però mi sembrava di vedere qualcosa in lui, alzava gli occhi dalla Settimana Enigmistica e, piano, scuoteva la testa, come a cerca di chiarirsi qualcosa che non riusciva a capire.

Se lo portarono via una notte di novembre, tre anni dopo, durante gli ultimi scioperi. Quella volta anche i piccoli commercianti si erano uniti alle proteste finite nel sangue, chiudendo le serrande. Non era una protesta politica, chiedevano principalmente meno tasse, ma ormai non c’era differenza.

Sentimmo un colpo secco alla porta, nel cuore della notte, poi un altro ancora, una voce che gridava un ordine chiaro. Fu inevitabile aprire la porta, tutti noi ancora in pigiama, loro nelle solite uniformi nere e lucenti. Non ci fu violenza, mio padre riuscì persino a cambiarsi, mentre mia madre gli metteva al volo in una busta di plastica dei vestiti e qualche soldo. Mentre già lo portavano via si baciarono, lui e mia madre. Mi accorsi che era la prima volta che li vedevo baciarsi sulla bocca, fu anche l’ultima.

Non ci dissero dove lo stavano portando. Ammise mai, anche solo a sé stesso, di essersi sbagliato? Lo sognai spesso, lo immaginavo gridare contro il muro della cella. Gridava la sua rabbia per essere stato ingannato? O forse pensò che non era stata colpa sua, che era una causa inevitabile della Storia.

Ovunque lo portarono, non tornò più indietro.

Ora che siamo solo piccoli pezzi numerati del Sistema, con le canzoni di regime che ci infestano le orecchie dodici ore al giorno, ora so che si sbagliava, che fu colpa nostra, di noi tutti. Non facemmo niente di male, ma non facemmo neanche niente di bene. Non facemmo niente, e questo bastò.

Ora guardo mio figlio piccolo, e non so che fare.

Non voglio ripetere gli errori di mio padre, adesso neanche potrei. Non posso votare male, perché non si vota più, e non posso fare scelte sbagliate perché non si sceglie più. Difficile anche dire cose sbagliate, ora.

Posso però ricordare, quello ancora posso, e posso raccontare. Per questo farò leggere questa storia a mio figlio, quando avrà l’età che io avevo allora, e dopo che l’avrà letta brucerò i fogli su cui è scritta.

Forse non potrò fare altro, il Capo è ancora troppo forte e la gente troppo confusa. Ma forse, anzi no, sicuramente mio figlio potrà far qualcosa, se gli dico com’è cominciato, e magari suo figlio dopo di lui. La Storia non finisce davvero mai, si alza e si abbassa ma non si ferma mai. Spero di fare in tempo, sono ancora schedato come figlio di un pericoloso sovversivo. La settimana scorsa hanno fatto un’ispezione a sorpresa a casa della signora Pirri, chissà perché.

Una sirena urla nella strada, sussulto sulla sedia ma per fortuna la sento allontanarsi. Penso a mio padre, penso a mio figlio, poi nascondo il quaderno sotto una mattonella e finalmente, stanco, spengo la luce.

Liberamente ispirato al discorso: “Prima vennero…” del pastore Martin Niemöller, 1946. (spesso attribuito incorrettamente a Bertolt Brecht)

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