Le colpe dei padri

Parte Prima:

Il Casale, 2019

Il segreto per fare un buon tortellino è tirare bene la pasta. Bisogna prendere un terzo dell’impasto e stendere bene, col mattarello, premendo forte e in maniera uniforme prima in un senso e poi nell’altro.

Nonna Iole sollevò la grande sfoglia di pasta, sottile ma robusta. Attraverso la sfoglia vedeva quasi filtrare la luce della finestra, di quel grigio mattino emiliano.

Abbassò la sfoglia. Sua nipote, seduta all’altro capo del tavolo, non la guardava, tenendo gli occhi bassi su qualcosa sotto il bordo del tavolo.

Sentendosi osservata, la ragazza alzò lo sguardo.

– Pensavo ti piacesse – disse Nonna Iole – mi hai chiesto tu di fare i tortellini.

– Mi interessa, certo –disse lei, con un ultimo guizzo degli occhi sotto il tavolo.  Sospirando, nonna Iole tirò fuori dal grembiule un piccolo scatolotto di color grigio militare, con tre antenne che sbucavano da un lato.

– Quindi se accendo questo non ti da’ fastidio, vero?

La nipote, battuta, tirò fuori da sotto il tavolo il cellulare.

– Tu e quel maledetto coso.

– Non è un coso ma un jammer militare, fatto apposta per disturbare il campo del cellulare. L’ho comprato su internet, e se non la smetti ne regalo uno anche ai tuoi.

– Se proprio lo vuoi sapere, stavo vedendo come si fanno i tortellini su youtube.

– Guardi su internet una cosa che io to sto facendo davanti?  Potrei anche offendermi, questa è mancanza di fiducioa.

– No, non è per te, giuro! Solo non volevo fare brutta figura, perché so che adesso mi chiederai di farlo.

– Secondo me chattavi.

La ragazza si alzò in piedi con la mano destra stretta a pugno, la sinistra stretta sull’iphone.

– I miei mi hanno costretto a stare qui a Capodanno, chiaro? Non puoi togliermi internet, sono una prigioniera qui in mezzo al nulla!

Nonna Iole sospirò, guardandosi attorno. Erano in un’antica masseria da qualche parte della pianura padana, circondata di buona terra grassa e marrone, protetta da una fila di cipressi. Era una casa robusta, di mattoni dipinti di rosso La casa in cui viveva da cinquant’anni. Il fuoco scoppiettava nell’enorme camino la tavola apparecchiata per gli ospiti. Quella casa era per lei, da sempre il centro unico del mondo; per sua nipote era il nulla.

– Va bene – disse – l’effetto del jammer dura minimo mezz’ora. Hai almeno mezz’ora da dedicare alla tua vecchia nonna?

Era una bugia (poteva spegnere il jammer quando voleva), ma la ragazza sorrise e fece cenno di si con la testa. Un sorriso sbucò dal suo trucco pesante da ragazzina dark.

Tagliarono la sfoglia in linee orizzontali e verticali, mettendo un pezzo di ripieno al centro di ogni quadrato. Per chiudere il tortellino bisognava piegare ogni quadrato lungo la diagonale a formare un triangolo, schiacciando bene i bordi con le dita, per essere sicuri che il tortellino non si aprisse al centro. Il triangolo si avvolgeva poi intorno al dito mignolo. Se la pasta non aderiva bene bastava bagnare un po’ i bordi, ma quel giorno la pasta era perfetta, forse anche grazie all’umidità dell’aria.

Nonna e nipote passarono un’ora a chiudere una quantità di tortellini che bastava per un esercito.

La ragazzina si chiamava Iole, come la nonna, ma odiava quel nome antico dal suono arcaico, e si faceva chiamare Elena.

Iole la criticava per questo; in famiglia avevano sempre avuto problemi con i nomi.

– Ora può bastare – disse Nonna Iole – finisco io il resto. Puoi tornare al cellulare, le tue amiche saranno già disperate nel non vederti offline da ben trenta minuti.

Nonna Iole voleva essere sicura che i tortellini venissero bene; tutto, quel giorno tutto doveva essere perfetto. Scoperchiò una pentola bollente dove già gorgogliavano verdure e ci buttò carne di manzo, girello e spalla, per il bollito, un pezzo di doppione, lingua di vitello, cappone e un osso pieno di midollo. Tutto doveva bollire per due ore.

– Hanno scritto mamma e papà – disse Elena – arriveranno in ritardo. Come al solito.

– Come al solito – disse Nonna Iole, e passò a controllare l’arrosto.

La tavola splendeva di decorazioni rosso e oro sulla tovaglia antica che era ancora quella del corredo del suo matrimonio. C’erano dieci posti apparecchiati, ognuno con tre forchette, un cucchiaio, due coltelli e bicchieri da acqua e da vino, tutti in cristallo lavorato.

Lo splendore stonava quasi con il resto della casa, rustico e contadino, ma quel contrasto piaceva a Iole, sottolineando l’eccezionalità di quel giorno. Un altro anno che inizia, pensò, nuovo, pulito, innocente. Così apparentemente pieno di promesse, come lo erano gli altri settantanove che Iole aveva visto prima di questo. Guardandosi indietro si stupiva di quanti fossero, di come una bimbetta vestita in divisa e con le ginocchia sempre sporche di fango fosse diventata una vecchia, bianca e rugosa e connessa a internet.

Troppi anni passati, pensò, troppi inizi senza una fine. Basta però, oggi c’è da stare allegri.

Rumore di auto sui ciottoli dell’aia; Iole non riconobbe il motore, ma quando allo sbattere delle portiere seguì un’esplosione di grida di bambini disse: -È arrivato Secondo.

Iole aveva tre figli, che il suo defunto marito Adelmo, con poca fantasia ma molto amore per la matematica, aveva insistito per chiamare Primo, Secondo e Terzilla.

Secondo entrò nella sala carico di pacchi e pacchettini, seguito dalla moglie affannata e dai tre figli vocianti.

– Eccoci! Siamo in ritardo?

– Siete i primi ad arrivare – disse Iole andandogli incontro.

La moglie di Secondo sibilò al marito un – Hai visto? – velenoso, poi i bambini assalirono la nonna. Iole sapeva già per esperienza che non volevano dolci o regali.

– La password è Adelmo2019 – disse solo – A maiuscola, il resto minuscolo.

– È come il mio nome! – disse Adelmo junior.

– No, è il nome di tuo nonno – disse Iole puntando il dito verso il muro centrale, dove una foto del marito campeggiava in un tripudio di luci e fiori.

– Toglietevi i giacconi – ordinò la moglie di Secondo rastrellando tutti e tre i bambini con un unico gesto esperto.

– Primo e Tersilla?

– Arriveranno – disse Iole – saranno stati impegnati.

– Chissà a fare cosa, disse Maria, con un tono casuale – visto che hanno fatto comprare tutto a noi.

Secondo incrociò per un attimo lo sguardo della moglie, sospirando appena.

Povero Secondo, pensò Iole come tante altre volte. Forse il più buono dei suoi figli, cresciuto tra due fratelli più prepotenti di lui, tra il fare autoritario del primogenito e i capricci anarchici della più piccola. Sempre incerto, navigando a mezza vela, con l’unico obiettivo nella vita di seguire il percorso di minimo sforzo.

Aveva sposato Maria, una sua collega in cui forse ritrovava la guida autoritaria del fratello, e ci aveva fatto tre figli. Adelmo junior, Antonio e Ada, tutti con le stesse iniziali, ufficialmente in nome del compianto nonno Adelmo. I fratelli, cattivi, dicevano che lo aveva fatto per risparmiare sforzo, fermandosi alla prima lettera dell’alfabeto.

Davvero, pensò Iole, in famiglia abbiamo un problema coi nomi.

Elena si era avvicinata per salutare, come richiesto dalle regole di famiglianza, e Secondo la usò come diversione pizzicandola sulla guancia.

 -Quanto tempo che non ti vedevo! Come sei cresciuta! – le disse senza fantasia.

La ragazza scostò la mano con un gesto secco.

– Appunto – disse – non sono più una bambina.

– Ma neanche un’attrice di un film dell’orrore – si inserì Maria – Ti ho mai detto che tutto quel trucco da morta ti fa sembrare più vecchia?

– Un miliardo di volte.

– Saresti più carina con un trucco leggero, e dei vestiti più… decenti. Te lo dico con affetto, da zia a nipote, per il tuo bene.

– E tu staresti meglio con quindici chili in meno. Te lo dico con affetto, da nipote a zia, per il tuo bene.

– Elena! Chiedi subito scusa! 

– Lascia stare – disse Maria al marito – non è colpa sua, ma di chi l’ha educata così.

Si sentì un suono lontano di porcellane infrante.

– I bambini hanno già rotto qualcosa – disse Secondo alzando gli occhi al cielo.

– Non importa –rispose Iole – qui ci sono crescentine e tigelle, come antipasto mentre aspettiamo Primo e Tersilla. Chi ne vuole?

Ne volevano tutti.

Crescentine e tigelle erano accompagnate da prosciutto, squacquerone, cipolle al lambrusco e pesto modenese (ovviamente con parmigiano). Per un po’ si acquietarono anche i bambini.

Arrivò zia Tersilla. La porta si spalancò di colpo e una voce allegra gridò – Buon Anno! Qualcuno ha chiesto dei regali?

I bambini saettarono via dalle sedie assalendo la zia, gli altri si alzarono più lentamente per andarle in contro, tra voci di festa.

Tersilla baciò e abbracciò tutti in rapida sequenza; scambiò uno sguardo col fratello, un attimo impercettibile che eppure Iole notò.

– Buon anno, mamma.

– Buon anno, Tersilla.

– Questo è per te.

Iole aprì il regalo tirando fuori uno scialle di lana. Gli altri regali di Tersilla erano una cravatta per il fratello, un ciondolo per Maria e giochi complicati per i bambini, gadget della Marvel di cui Iole non capiva quasi niente ma che sembravano costosi.

– Tersilla, ti sarà costato una fortuna, non dovevi!

– Sciocchezze! Se non spendi soldi per far felice un bambino, per cos’altro li spendi a fare?

– Tieni – disse allungando un pacchetto anche a Elena. Ne venne fuori una camicetta bianca di seta.

– Molto bella, grazie – disse Elena guardandola come fosse radioattiva.

– Ti starà bene – disse Tersilla – così cambi un po’ rispetto a tutto quel nero!

 Poi Tersilla andò al muro con la foto di nonno Adelmo.

– Fiori freschi – disse, sfiorando un crisantemo – È incredibile quanto ancora conservi, dopo quarant’anni, la memoria di uno che non si sa neanche come e dove è morto.

– Parla con rispetto di tuo padre – disse Iole.

– E come faccio, se me lo ricordo appena? Il rispetto se lo doveva guadagnare rimanendo qui con la sua famiglia, invece di sparire nel nulla.

Poi Tersilla si schiarì in volto, accarezzò il viso di Elena e disse: – Basta parlare di vecchie storie, servono solo ad annoiare i giovani. Ora festeggiamo! Ci sono crescentine per caso?

Era quasi l’una quando, finalmente, sentirono un rumore di gomme che inchiodavano davanti casa.

Stavolta Iole riconobbe il motore; era la Maserati di Primo.

Il fratello maggiore entrò in casa di fretta, seguito dalla moglie Tina, preceduto dalla nuvola di profumo di lei.

– Salve! – gridò Primo con la sua voce da tenore – scusate il ritardo! Siamo gli ultimi?

– Troppo tardi – scherzò Terzilla – non c’è più niente da mangiare.

– Guarda che conosco mamma da più tempo di te. Se cucina lei c’è sempre qualcosa da mangiare.

Andò verso Iole e la abbracciò forte, quasi sollevandola dal terreno; poi girandosi tirò una pacca sulla spalla al fratello, mentre allo stesso tempo pescava una tigella calda dal cesto e ne staccava la metà con un morso.

– Come va, fratellino? Il lavoro, tutto bene?

– Non ci possiamo lamentare.

– E tu, Tersilla?

E di nuovo Nonna Iole notò qualcosa, tra i suoi tre figli, un attimo d’imbarazzo, un silenzio pieno di non detto come se stessero segretamente litigando.

– Regali! Regali! – urlarono i bambini circondando audaci lo zio.

– Non avete avuto già troppi regali a Natale? – disse Primo come per scherzare.

– NOOOO!!!

– Basta giocattoli, andate fuori a giocare a nascondino come facevano papà e gli zii quando erano piccoli come voi.

– NOOO!!!

– Ciao, papà – disse Elena avvicinandosi.

– Come sta la mia bambina? – rispose Primo–Sempre vestita di nero come un pezzo di carbone, l’aria di campagna non ti ha fatto bene?

– Ti odio.

– Quante storie per una vacanza in campagna…ti fa bene stare un po’ con la tua dolce nonna, le fai compagnia e impari qualcosa. È importante passare del tempo con gli anziani.

– E perché non ci stai anche tu, allora, per imparar qualcosa?

– Lo farei volentieri ma sono troppo impegnato a lavorare come uno schiavo per pagare la casa dove vivi, le bollette, le vacanze e i vestiti… compresi i tuoi vestiti da funerale.

Ci vollero le braccia di Primo e Secondo assieme per portare sulla tavola l’enorme pentolone fumante di tortellini.

Secondo gridò, immancabile come ogni anno: -un applauso per la cuoca! –scatenando in risposta un gran baccano.

Sui tortellini cadde una nevicata di parmigiano, grattugiato direttamente su ogni piatto grazie a una grattugia di dimensioni industriali. Schioccarono i tappi delle prime bottiglie di lambrusco.

– Primo zittì tutti per la preghiera. Non era mai stato religioso, Primo, ma la preghiera era uno dei tanti doveri di un capofamiglia. Primo si considerava, ed era stato, l’uomo di casa da quarant’anni, da quando loro padre era andato via di casa.

– Vedo che tieni ancora l’altare di famiglia – disse a Iole, dopo la preghiera, indicando col mento la foto di nonno Adelmo sul muro. –Quand’è che togli via tutto e metti un bell’armadio? Potremmo regalarti un bel televisore di quelli grandi, da 80 pollici, così ti vedi Sanremo senza occhiali.

– Non scherzare.

– E chi scherza – disse Primo bevendo – sarebbe ora di chiudere col passato. Cambiare, andare avanti. – disse svuotando il bicchiere, poi guardandosi attorno a squadrare la tavola.

Dopo i tortellini arrivarono i secondi, senza un attimo di pausa. Bollito misto con diversi tipi di mostarda per i grandi e cotolette alla bolognese per i bambini, tutto accompagnato da una montagna di patate arrosto e verdure grigliate varie con altro vino. La tavola era ora un campo di battaglia, la tovaglia quasi invisibile ormai sotto un cumulo di piatti e bicchieri, con l’allegria che regnava sovrana.

Eppure Iole continuava a sentire qualcosa di strano, una tensione nell’aria che non riusciva a chiarire, diversa dai pranzi tutti dei Capodanni passati, quasi la presenza di un’assenza. I suoi figli litigavano da sempre, battute giocose e cattive frutto di pruriti antichi, cicatrici di vecchi sgarbi. Dopo il secondo, Nonna Iole si accorse per caso che a tavola erano rimasti solo mogli e bambini. Primo, Secondo e Tersilla erano fuori, rientrarono poco dopo dal cortile. Primo e Tersilla fumavano, per loro era normale uscire discretamente ogni tanto. Secondo, lui non aveva mai fumato.

– C’è il dolce? – disse Primo sorridendo.

Naturalmente il dolce c’era, un tiramisù così denso e compatto che si faceva quasi fatica a romperlo col cucchiaio.

Di solito quando un piatto è buono genera complimenti o frasi di circostanza; se è buonissimo, genera silenzio, e nella stanza l’unico suono fu per un po’ il rumore basso dei cucchiai.

Fu finalmente alla fine del pranzo, quando i bambini erano già scappati chissà dove a giocare, che Primo tirò fuori l’argomento.

– Ho parlato con Giorgetti, il geometra – disse sorseggiando l’amaro fatto in casa – dice che bisogna rifare il tetto di tutta la masseria. Isolamento, impermeabilizzazione, certificati…

– Quanto costerà? – chiese Tersilla.

– Non lo so ma sicuramente più di quanto immaginate. Giorgietti è un avvoltoio.

– Cerchiamone un altro.

– Sono tutti avvoltoi.

Stranamente nessuno parlava, così infine Nonna Iole si decise a dire:

– Se è da fare, si farà.

Primo la guardò dritto negli occhi, inspirò piano per prendere coraggio e disse:

– La domanda è, ne vale la pena di spendere tutti questi soldi?

E allora a Nonna Iole capì fu chiaro il senso di imbarazzo dei figli, le occhiate strane di tutto il pranzo. Era una recita e tutti recitavano apposta e solo per lei.

– Mamma – disse Primo, aprendo le ostilità. – Bisogna ammetterlo, questa casa è troppo grande e isolata per te qui in mezzo al nulla. E se ti succede qualcosa? Sarebbe meglio spostarti in un posto più accessibile, più vicino per noi, dove potremmo venire a trovarti più spesso.

Nonna Iole stentava a capire, la testa le ronzava.

– Avremmo trovato un posto – disse Tersilla – una villa bellissima, con un grande giardino dove passeggiare. Il personale è molto simpatico.

Anche Tersilla. Iole si girò verso Secondo, per vedere se anche lui era nella congiura. Non parlava, ma vide che reggeva in mano, imbarazzato, un dépliant.

– No – disse scuotendo la testa.

– L’avevo detto che avresti reagito così – disse Primo sporgendosi in avanti – devi cercare di essere ragionevole, mamma. Non sei più giovanissima. Ne abbiamo parlato a lungo, tutti e tre, e se ci ragioni a mente fredda lo capirai anche tu.

– Non giovanissima? Sono vecchia, inutile addobbare le parole, ma non per questo mi farò spostare come un pacco.

– Mamma…

– Questa è la casa dove siete cresciuti, cazzo!

La parolaccia, la prima che Nonna Iole avesse detto da almeno vent’anni, sembrò rimanere inchiodata a mezz’aria sotto lo sguardo incredulo dei figli.

Anche la giovane Elena aveva postato il cellulare e li guardava sorpresa e stordita quanto la sua nonna.

– Questa è la casa dove vi ho cresciuto, dove mi sono sposata, non ve la lascerò trasformare in un agriturismo. Primo lo vedi quell’angolo di muro? È dove sbattesti lo zigomo, a cinque anni, lo ricordi? Piangevi come una fontana. Hai ancora la cicatrice.

Dentro la stalla c’è una nicchia di mattoni dove nascondevate i vostri giornaletti porno. Credete che non lo sapessi? E quante ore hai passato, Tersilla, a giocare su questo tavolo? Ogni sasso, ogni granello di terra, di questa terra parla di me e di voi!

I suoi tre figli abbassarono gli occhi e Iole capì che c’era dell’altro.

– Da qui passerà la superstrada trasversale di pianura – disse Primo – hanno appena approvato il progetto. Ci sarà l’esproprio, dovranno tirar giù la casa.

Iole si sentì stanca. Stava cucinando dalle sei di mattina. Si appoggiò sulla sedia, più una caduta controllata che un movimento cosciente.

– Non possono farlo.

– Possono.

Secondo disse, faticosamente: – comunque pagheranno bene…

Iole alzò un braccio, a mostrare tutto quello che c’era lì intorno.

-È di soldi che stiamo parlando, quindi? Guardatevi intorno, credete che dei soldi possano sostituire i vostri ricordi?

Primo si alzò in piedi, e le arrivò accanto chinandosi su di lei. Iole sembrava ancora più piccola, seduta sott il figlio che la sovrastava, enorme.

– Smettila – le disse duro, col tono che i suoi fratelli conoscevano bene – I ricordi, dici? I ricordi di famiglia? Finiscila di parlare del passato come fosse una cosa buona. Bei ricordi! Ricordo bene quando papà ci ha abbandonato, scappando via con una delle puttane con cui ti tradiva.

– Primo, ti prego…

– Primo un cavolo! Lo sapevano tutti, lo sapevi tu e, peggio, lo sapevamo noi. Ricordo quanto hai pianto allora, quanto piangevamo tutti e quattro. Notti intere di lacrime. Ricordo i soldi che non c’erano   mai, ricordo la bottega. Dato che mio padre era scappato chissà dove per il mondo, a chi toccava portare il pane a casa? Al primogenito, chiaramente! E allora via dalla scuola, e dentro a fare mille lavori di merda.

– Ora stai esagerando, Primo – disse Tersilla mettendogli una mano sulla spalla, ma lui la scostò via di scatto.

– Sono dovuto diventare adulto a undici anni, ho lottato con le unghie e con i denti per mantenere tutti voi. In cambio ho avuto solo prese per il culo, e dite che son ricco e avaro. Lo sono, sono dovuto diventare entrambe le cose. Per voi!

– Ma se la scuola non ti è mai piaciuta… l’avresti mollata lo stesso.

– Quello che non ho mai avuto è stata una scelta! Certe volte penso che tutta la mia vita sia stata un lungo corridoio senza porte, due binari d’acciaio che non ti danno mai la possibilità di deragliare. Avrei avuto il diritto di scegliere, invece di fare sempre quello che era il mio dovere. È questo, soprattutto, che nostro padre mi ha rubato.

Primo puntò un dito verso la madre.

– Ma di tutte le cose, quello che mi fa più incazzare non è come si è comportato papà. Era uno stronzo e il mondo è pieno di stronzi e io lo so bene, sono del club anch’io.

Ci ha mollato per andare a divertirsi? Bravo, ha fatto bene. Spero che muoia solo e povero, se davvero è ancora vivo.

Quello che è peggio, quello che non riesco a perdonarti invece è come ti sei comportata tu, mamma. Non hai visto la realtà, non hai voluto vederla, sempre gentile, sempre ad aspettare che lui tornasse. Sono sicuro che, se in questo secondo papà entrasse da quella porta, tu non gli diresti niente; continueresti a cucinare perdonando.

E credi che questo non abbia avuto effetto su di noi? Abbiamo passato la vita a rimpiangere uno stronzo che, se non fosse per te, avremmo già dimenticato, e magari perdonato, e finalmente seppellito. Stronzo lui, e (mi dispiace dirlo mamma) stronza anche tu!

Primo alzò gli occhi e per la prima volta si accorse che sua figlia era ancora lì e lo guardava, i grandi occhi cerchiati dal nero pesante del mascara disegnato con mano inesperta.

Nella sala c’era silenzio ora, si sentivano solo le grida dei bambini che giocavano nell’aia. Un pallone colpì una macchina, e un antifurto cominciò a suonare, potente e intonato, sicuramente quello della Maserati.

– Al diavolo – disse Primo –vado a fumare.

E uscì fuori.

Elena fece un passo verso nonna Iole e la appoggiò una mano sulla spalla, in un impacciato segno di conforto. Secondo, e Tersilla rimangono lì, a occhi bassi,

Il silenzio era pesante, insostenibile per Tersilla che finalmente si alzò e disse:

– Vado fuori, provo a calmarlo. Mamma, anche tu però, cerca di essere ragionevole. Non rovinare così il pranzo di Capodanno.

Appena Tersilla uscì Elena attaccò Secondo l’unico a essere rimasto dentro:

– Non è giusto! Le avete teso un’imboscata, e poi sarebbe lei a rovinare il pranzo? Non è giusto.

– È una situazione complicata, ragazza.

– Complicata o no, non si può parlare così alla nonna!

– Sei troppo giovane, non puoi capire. E non lo dico così per dire. Quando sei nata tu le cose erano già cambiate, non si moriva più di fame. Non sai che cosa è stato, crescere, per tuo padre. È un carattere difficile ma ha le sue…

– Vuoi davvero farlo, Secondo? – lo bloccò Nonna Iole – non dirmi, ti prego, che vuoi davvero vendere la casa. So che gli altri due ti hanno convinto, lo so nel profondo del cuore. Se almeno tu sei dalla mia parte, Primo e Tersilla non possono vincere.

Secondo borbottò, allargò le braccia, alzò le spalle.

– Mi dispiace mamma, non c’è altro modo. Non mi hanno convinto loro, anzi. So che pensi che io sia il più debole, l’hai sempre pensato. Invece, l’idea è stata mia. Abbiamo ragione noi, e devi accettarlo. Come tu ti sei presa cura di noi, adesso siamo noi che ci prenderemo cura di te. È così, ed è troppo tardi per cambiare le cose.

– Non è troppo tardi!

– Si invece. Abbiamo parlato con la società autostrade. La casa è nostra, ricordi? Come legittimi eredi possiamo diventare tuoi tutori, e amministrare le tue proprietà, se dimostriamo che tu non stai bene. Non ci costringere a farlo.

Nonna Iole abbassò la testa. Sentì tre pugnali nel cuore, tanti quanti i figli che aveva partorito.

Poi la schiena si raddrizzò, si alzò dalla sedia e con tutta la dignità possibile disse:

– Vado a fare il caffè.

andò in cucina, la sentirono spentolare; poi invece sentirono la porta del bagno chiudersi.

– Credi che stia bene? – chiese Secondo a Elena – Forse dovresti andare anche tu.

– Vai tu, invece; dopo tutto, se muore ce l’avrete voi sulla coscienza. – rispose lei secca.

Sentirono la voce di Nonna Iole parlare da sola, nel bagno. La voce era flebile, non si capiva, ma almeno sinché parlava erano sono sicuri che stesse bene.

–  Dopo un po’ rientrano Primo e Tersilla, accompagnati da Tina, Maria e i bambini.

– Allora – chiese Primo al fratello – si è calmata? Come l’ha presa?

– È in bagno – disse secondo, facendo un gesto col mento verso di là. –Parla da sola, ma per il resto è OK.

Le mogli non fecero commenti, sapevano già tutto. Elena si accorse di essere una comparsa inconsapevole di una rappresentazione teatrale già scritta, un dramma accuratamente programmato che si trasformava sotto i suoi occhi in farsa.

Dio mio, pensa, se proprio devo diventare adulta, non farmi diventar così.

i bambini dopo aver giocato avevano di nuovo, incredibilmente, fame e si spazzolarono le crescentine rimaste, sotto gli occhi ammirati degli adulti. Gli adulti, dopo un po’, ricominciarono a parlare del più e del meno, come se la scenata di poco prima non fosse mai successa, salvo zittirsi a ogni minimo rumore o parola che arrivava, attutita, dal bagno.

Finalmente, dopo un tempo che sembrò infinito, Nonna Iole ritornò. Apparve sulla porta del soggiorno, la sua tozza figura si stagliava netta sullo sfondo del corridoio buio. A Elena sembrò di scorgere il rossore degli occhi, dovuto al pianto nascosto, ma forse era solo un’impressione. I bambini non si accorsero di niente.

– Evviva – disse Tersilla con voce leggermente acuta – stavamo cominciando a preoccuparci!

– Allora – disse Primo, come se niente fosse – chi ci fa un bel caffè?

– Niente caffè – rispose nonna Iole, secca – Se vuoi un caffè vai al bar.

Cadde di nuovo il gelo nella stanza quando tutti capirono che no, non era ancora finita.

– Mamma…

– Zitto. Ora state tutti zitti, e fatemi parlare. Quello che ho da dire è importante.

Si zittirono aspettandosi il discorso strappa lacrime che, puntualmente, arrivò.

– Ricordo come ieri il primo giorno che siete nati. Ognuno di voi. E di ogni parto ricordo il dolore, un dolore ignobile. Quando sei nato tu, Primo, non sapevo cosa aspettarmi, ero spaventata e confusa. Eri più grande della media. Fu come cagare lo stronzo più grosso che avessi mai cagato e, nel tuo caso, mai metafora è stata più adatta.

Primo aprì bocca, ma Nonna Iole continuava a parlare.

– Secondo, il tuo parto fu meglio, ormai sapevo cosa aspettarmi, ma arrivò dopo dodici ore e mezza di travaglio. Neanche allora sapevi deciderti, e questa tua indecisione quasi ci uccise entrambi.

– Tersilla, il tuo arrivo fu normale sotto tutti i punti di vista ma quanta ansia, quanto dolore nei mesi precedenti. I medici avevano trovato qualcosa di strano; c’era una piccola probabilità, piccola ma non nulla, che tu nascessi deforme. Ci avevano suggerito un aborto. Tuo padre Adelmo era terrorizzato dall’idea di crescere un figlio handicappato. Io però ti volli avere a tutti i costi. Volevo una bambina. Per fortuna andò tutto bene.

– Eppure, il dolore che tutti e tre mi provocaste allora è niente, rispetto a quello che mi avete dato oggi.

– Dai mamma, non la prendere così…

– Voi mi avete deluso. Siete figli miei e vi amerò sempre ma, credetemi, non avrete mai questa casa. Neanche un pezzetto, neanche quando non ci sarò più.

A primo scappò abbozzato un mezzo sorriso ma tenne gli occhi bassi, sulla tovaglia. Come quando era piccolo.

– Tu sragioni, non sai di cosa parli.

Nonna Iole non rispose. Invece, prese senza sforzo il pentolone di tortellini dal tavolo. Poi con gesto fluido lo rovesciò sulla testa di Primo che, ancora seduto, saltò all’indietro, rovesciando la sedia. Anche gli altri si alzarono di scatto. Primo urlò, più di sorpresa che di dolore (il brodo dei tortellini era caldo ma non più bollente).

Rimase lì in piedi, guardando sua madre, bagnato come un naufrago. Il bel vestito di Armani era fradicio di brodo e di grasso, ormai rovinato. Qualche tortellino superstite era rimasto sul vestito, aggrappato alla stoffa bagnata come un alpinista in parete.

I tre bambini gridarono, divertiti da quell’incredibile scherzo.

– Sei pazza! – disse Primo, con scarsa originalità.

– Tutt’altro. Sai cos’ho fatto in bagno? Ho chiamato Mantovani, te lo ricordi?

Attimo di incertezza, poi:

– Il figlio del notaio?

– Ora è notaio anche lui. Il mio notaio. Mi ha detto come fare.

– Come fare cosa? –risposero i tre figli in coro.

– Costituiremo una fondazione senza fini di lucro, a cui donerò la masseria e tutte le terre intorno. Tra l’altro, Mantovani mi ha ricordato che alcuni pezzi dello stabile sono del Settecento, quindi vincolati dai Ben culturali. Se le autostrade vorranno espropriare, avranno da soffrir parecchio.

– Ma non puoi…

– Posso, eccome. Voi non avrete un centesimo da questa casa. E, prima che lo pensiate, anche dopo la mia morte la fondazione avrà un gestore fiduciario, uno della famiglia ma non voi. Sarà Elena.

E puntò un dito sulla ragazzina, seguita dagli occhi di tutti i presenti.

– Io? – dice la ragazzina – che c’entro io? Non la voglio questa casa.

– Lo so; è per questo che l’avrai. Non dire di no, ormai sei grande. Fai le tue scelte. Forse la prossima generazione della nostra famiglia sarà meglio delle precedenti.

– Tu, tu, tu – disse Primo andando verso la madre; grosso com’è sarebbe quasi minaccioso, se non fosse per i tortellini e i capelli fradici.

Seguirono almeno due ore di discussioni accese, pianti, ragionamenti, inviti alla ragionevolezza, che niente possono aggiungere a questa storia. Finalmente, quando la luce dalle finestre cominciava a calare, Nonna Iole disse:

– Andate via, per favore. Sono sveglia dalle sei, ed è stata una giornata piena. Ora, vorrei riposarmi. Elena, tu puoi rimanere a dormire qui, se vuoi.

Mentre raccoglievano le loro cose per uscire Secondo guardò la madre e chiese con voce incerta:

– Potremo tornare prima o poi?

Lei si aprì in un sorriso, sfiorandogli la tempia con una carezza.

– Siete i miei figli e sarete sempre i benvenuti qui. Ma come ospiti, non come padroni. A Pasqua vi faccio l’agnello.

L’ultima a uscire è Tina, la madre di Elena, che si voltò e chiese alla figlia:

– Tu che fai, vieni?

Elena scosse la testa.  – rimango ancora, sino a domani, con la nonna.

– Ma certo; ormai sei l’erede dichiarata – disse Tina ed esce, con un ultimo perfido guizzo.

Poi, finalmente, il silenzio.

Nonna Iole si adagiò sulla sedia a dondolo, davanti al fuoco. Elena, dopo aver aggiornato le sue emiche con una dose sostanziosa di cellulare, si accoccolò sul pavimento ai suoi piedi. Le piastrelle erano calde, piacevoli al tatto; Elena si sentiva spossata. Appoggiò la testa sul grembo della nonna, come faceva da bambina. Le due donne rimasero assieme a guardare il ciocco che bruciava lentamente nel fuoco.

– Come stai?  – chiede Elena alla nonna.

– Stanca. È stata davvero una giornata piena.

Rimasero ancora un po’ in silenzio, poi Elena disse:

– La mamma si sbaglia. Non sono rimasta perché hai dato la casa a me, lo sai?

– Certo che lo so. A te non importa niente di questa casa. Non preoccuparti, è normale, non ci sei cresciuta dentro.

– E allora, perché io, nonna? I miei mi odieranno.

– I tuoi odiano troppo. A dire la verità, ho scelto te di istinto, non avevo idee migliori. E poi, vedere la faccia che ha fatto tuo padre è stato impagabile!

Risero. Nonna Iole si chinò a prendere le mani della nipote nelle sue.

– Non fargli distruggere questa casa, ti prego. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa tu pensi, promettimi che la proteggerai dalla nostra famiglia, dalle autostrade e da qualsiasi altra cosa.

Le ombre affilate create dal fuoco illuminano impietose ogni ruga del volto della nonna, gli zigomi sporgenti e la pelle tirata. Sembra quasi uno scheletro, e dimostra ora tutti i suoi anni.

– Soprattutto, non fargli mai toccare quel muro – disse indicando la parete su cui campeggiava la foto di nonno Adelmo.

– Te lo prometto – disse Elena, commossa. Poi: – lo amavi davvero tanto. Spero di trovare anch’io qualcuno da amare così, nella mia vita…

– Io spero di no, per te. Non auguro a nessuno di incontrare, nella sua vita, qualcuno come Adelmo.

Non fu tanto quello che disse, ma il tono con cui lo diceva. Elena guardò la nonna in faccia, la esplorò interrogandola muta, poi finalmente chiese:

– Nonna, cosa c’è, in quel muro?

Nonna Iole sembra quasi sollevata; era arrivato il momento. Tira fuori un lungo sospiro e dice:

– Quel mercoledì di giugno era una bella giornata, e potevo stendere fuori i panni…


Parte Seconda:

Il Casale, 1979

Era proprio una bella giornata, e Iole stende il bucato su lunghi fili testi tra pali di legno nell’aia.

È bello sentire il primo sole caldo dopo una primavera gelida. Dalla radio Alan Sorrenti canta spensierato.

“Dammi il tuo amore

non chiedermi niente

dimmi che hai bisogno di me

tu sei sempre mia

anche quando vado via

tu sei l’unica donna per me.”

È stato un problema stendere i panni in casa sino a ora, perché ogni stanza era piena di polvere.

I muratori hanno trasformato tutto il piano terra in un cantiere, tirando giù i muri delle piccole stanze ottocentesche per fare un ampio soggiorno. È stato un lavoro difficile, erano muri portanti, ma Adelmo si era intestardito sulla cosa.

– Avremo una grande sala dove fare feste – aveva detto – e un camino enorme, da cuocerci dentro un bue.

E così avevano fatto un mutuo con la banca, per la ristrutturazione. Adelmo era così, pensava Iole stendendo il bucato, niente gli fa cambiare idea.

Iole lo aveva capito sin dalla prima volta che avevano incrociato gli sguardi, ma lo aveva scelto ugualmente come il padre dei suoi figli. Lui aveva voluto lei, e lei si era fatta conquistare, abbagliata da quel fuoco che bruciava negli occhi dell’innamorato, nonostante il suo carattere, nonostante i pochi soldi e i genitori contrari, nonostante tutto.

Quella casa è troppo grande per loro. Non se la possono permettere, è chiaro a tutti. Il padre di Iole aveva provato a far ragionare Adelmo. Se la vendi ti faranno un buon prezzo, aveva detto. E prima o poi, secondo me, di qui passerà un’autostrada.

Adelmo per tutta risposta si era messo a ristrutturare la casa, facendo altri debiti, testardo.

Sarà una bellissima casa pensò Iole, la nostra casa per sempre. Primo, Secondo e Tersilla avranno una camera a testa, tutta per loro, gli unici tra i bambini che conosciamo. Così forse la smetteranno di litigare. Speriamo di riuscire a tenercela, speriamo che non se la prenda la banca.

Inutile pensarci. Adelmo ha detto di non preoccuparsi, e io non mi preoccupo. Sono cose da uomini ha detto, facciamole fare agli uomini.

Poi, tirando giù l’ultimo lenzuolo, Adelmo le appare davvero davanti, come evocato dai suoi pensieri.

La vista improvvisa della sagoma di un uomo, dietro al lenzuolo, la fa gridare di sorpresa. Ma poi lo riconosce e dice:  -mi hai fatto spaventare!

– I muratori sono dentro? – chiede lui scuro in volto.

– Sono all’altro cantiere. Tornano alle due, c’era da aspettare che si asciughi il primo getto, prima di fare la colata finale. Ma che c’è?

– Vieni dentro. Dammi qui – dice lui prendendole di mano il pesante cesto di panni.

Lei lo segue, docile e preoccupata. Conosce quel tono di Adelmo e non è la prima volta che lo sente. Sa già cosa aspettarsi.

Entrano nella sala grande, ingombra di secchi, attrezzi e impalcature. Adelmo fa cascare la cesta con un tonfo, poi comincia a camminare avanti e indietro senza guardarla. Visto che non si decide a parlare è Iole a chiedere:

– Lei come si chiama?

La domanda arriva inevitabile.

Adelmo sembra quasi arrabbiato, smette di camminare, alza gli occhi al cielo, mette le mani sui fianchi e dice:

– Ginette.

Stavolta è Iole a alzare gli occhi. Che cazzo di nome, pensa, formulando nella mente una parolaccia che mai avrebbe pronunciato.

-È straniera?  – chiede come se importasse qualcosa.

– È di Cremona, ma è un’artista, fa la cantante. Ci siamo conosciuti due mesi fa quando è venuta in paese in tournée.

E dove hai trovato i soldi e il tempo per andare a teatro? Pensa iole senza dirlo.

– Devi finirla, Adelmo –il tono della frase le esce fuori duro come il ferro, ma riusce ad evitare la rabbia, pensando ai bambini. – Hai tre figli. E poi hai me. Perché non ti basta? Tante ne ho sopportate da te, troppe. Ogni volta mi hai detto non succederà più e ogni volta ne eri convinto, ci credo. E ogni volta ti ho perdonato ora basta: cresci, diventa uomo. Prendi le tue responsabilità, tutte, non solo quelle di cui ti puoi vantare con gli amici al bar. Smetti di ficcare il tuo uccello in ogni buco che sia disponibile.

Lui sembra colpito, quasi offeso nel sentire quel linguaggio così inadatto ad una donna, tantomeno alla sua Iole. Ma poi dice:

– Non puoi capire. Questa volta è diverso. Io non posso stare senza di lei, e lei senza di me. Perdonami, Iole.

Lei lo guarda con occhi spalancati. Sembra una bambina, pensa Adelmo, possibile che non abbia ancora capito?

– Amo Ginette – decide infine di specificare – sono venuto a prendere le mie cose.

Iole comincia a scuotere la testa, sempre più veloce, troppo sconvolta per parlare.

– No, no, no – comincia a dire con tono da pazza mentre allo stesso tempo le mani le artigliano il volto sconvolgendo i bei lineamenti.

Adelmo fa un passo verso di lei.

– Controllati, non fare scenate. Credi che per me sia facile? Non sai quante ore, quanti pianti e notti insonni d’inferno ho passato in questi mesi.

– Tutte quelle notti che passavi fuori, per lavoro. A Cremona. Ascoltami Adelmo, ascoltami molto attentamente. Tu hai tre figli, tre figli bellissimi che ti adorano e non possono vivere senza di te… e la casa, la banca, i debiti.

– Credi che non ci abbia pensato? Verrò a trovare te e i bambini ogni volta che passo da qui. Per la banca, in qualche modo faremo, non ti preoccupare.

Lo sguardo di Iole è insostenibile per lui.

– Questa vita, la casa… non è fatta per me – taglia corto Adelmo, duro – Ci ho provato, credimi. Ma io sono fatto per la libertà.

Va in camera e Iole lo sente trafficare coi cassetti. Sta succedendo, pensa senza riuscire a crederci, è tutto vero. Adelmo chiude sempre le discussioni così, un modo infallibile per avere l’ultima parola, infallibile almeno con lei. Si sente stupida, ed è questo che la fa infuriare.

Ed è per questo che Adelmo, ritornando in soggiorno con la valigia fatta di furia la trova ferma, a gambe larghe, che regge con entrambe le mani un piccone dei muratori.

– Tu di qui non te ne vai – dice Iole con una voce che nessuno ha mai sentito prima.

– Davvero? – risponde lui, appena nervoso – arriveresti a questo? Vuoi davvero che i tuoi figli abbiano il padre morto e la madre in galera? Posa quell’affare, prima che mi arrabbi davvero e ti faccia pentire di qualsiasi cosa tu stia pensando in quella testa vuota.

Il piccone è pesante, iole sente sotto le dita il legno ruvido del manico lavorato grezzamente, ricoperto di polvere fine di calce, che graffia la pelle; bilancia a fatica quell’attrezzo a lei estraneo, e si sente stanca. La mano sinistra, sudata, cede e la punta metallica del piccone picchia rumorosamente sul pavimento in cotto, crepando una mattonella. Quel rumore, forte e sordo è, per Iole, il rumore della sua vita precedente che scompare.

– Brava bambina – dice Adelmo – la violenza non serve a niente.

E non riesce, con tutta la sua volontà, a trattenere un sorriso che passa sul suo volto per un attimo e poi scompare. Ma è abbastanza perché Iole lo veda. È lo stesso errore che farà suo figlio Primo, nella stessa stanza, il primo gennaio di quarant’anni dopo, solo che stavolta Iole non ha in mano una pentola di tortellini.

Bambina è il nome con cui Adelmo la chiama per scherzo sin da quando si sono conosciuti. La chiama così quando chiede qualcosa, o quando è soddisfatto o fiero di lei. “La mia bambina” dice, e questo (stupida) le ha sempre scaldato il cuore. Sentendo il suo nome segreto, quel trucco usato lì, ora in quel modo, in quella situazione la illumina.  Non è sincero adesso, pensa, e non era sincero allora.

Adelmo viene avanti verso la porta, la pesante valigia in mano.

Lei stringe ancora con la destra il piccone e ha braccia robuste, giovani, da massaia. La destra alza il piccone, la sinistra si unisce alla destra, e tutte e due tirano con forza. La sua memoria tira fuori il movimento che ha visto fare mille volte in quei mesi ai muratori, un arco perfetto, geometrico, armonico, usando la forza del fianco più che quella delle braccia. È quasi sicura di mancarlo, lo mancherà, e Adelmo le strapperà di mano il piccone, arrabbiato come non mai, succeda quel che deve.

Invece, fa centro; una botta tremenda, la punta del piccone che entra nella parte destra del collo, tra scapola e clavicola. La forza bruta dell’urto tira giù Adelmo, mettendolo seduto sul pavimento.

Rimangono così, per un po’, come statue. Lui è a terra, seduto scomposto come una marionetta a cui abbiano tagliato i fili. Lei in piedi, col piccone insanguinato in mano. La mente di Iole cerca di cacciare via il panico, di ragionare in fretta. È una donna pratica, e sa bene che non si può cambiare quel che è fatto, bisogna capire cosa fare, non tanto per lei, ma per i bambini.

Vuoi davvero che i tuoi figli abbiano il padre morto e la madre in galera?

Iole prende una decisione, e Adelmo gliela legge negli occhi. Cerca di parlare ma viene su solo un gorgoglio e qualche bollicina rossa di sangue. Il primo colpo gli ha bucato un polmone, e la sua arma migliore, la voce, è inservibile. Per la prima volta in vita sua, Adelmo è senza parole.

Iole alza il piccone, di nuovo.

– Questo è per Maria, quella di San Giovanni – dice Iole, e colpisce. Tump, fa il piccone all’impatto.

– Questo per la commessa del droghiere, quella sgualdrina bionda.

Tump.

– Questo è per tua cugina Ornella, anche se tu lo hai sempre negato.

Tump.

– E infine questo è per Ginette, la puttana artistica.

Grande tump.

Dopo, Iole riscopre il silenzio. È ancora, sorprendentemente, un bellissimo mattino di giugno. Guarda davanti a sé quello che ha fatto e paura, nausea, rabbia sgomento e orrore. Non sono stata io, pensa, dev’essere stato qualcun altro. Io sono quella che stasera inforna una crostata di ciliegie per i miei bambini, ci dev’essere un errore.

Ma sa benissimo che non è così, e allora pensa.

Adelmo ha una polizza sulla vita. Può aiutare per i debiti. Non ricorda i termini precisi del contratto, ma è abbastanza sicura che non potrebbe incassarlo in prigione.

La sua mente sveglia comincia a studiare la situazione. Il pavimento in cotto, pensa, quella è la prima cosa. Se le piastrelle assorbono il sangue, si macchieranno per sempre.

Guarda l’orologio. Sono quasi le due, ha un’ora di tempo prima che tornino i muratori, deve far presto. Prende secchio e sapone e, inginocchiata vicino al corpo del marito, comincia a strusciare con forza la spugna sulle piastrelle. Per fortuna lo strato di sabbia e polvere e sporco ha fatto da barriera al sangue senza farlo penetrare troppo a fondo. Rinfrancata, Iole si alza per pensare la resto.

Dal fondo dell’armadio prende una coperta vecchia, di cui nessuno tranne le potrà notare la mancanza. La stende per bene di fianco a Adelmo, sul lato pulito del pavimento; poi fa rotolare il faticosamente sulla coperta il corpo del marito (ex-marito), e ad ogni giro lo avvolge con essa, come un ragno che impacchetta la sua preda. Finito il lavoro va in cucina, prende un grosso nastro di carta da pacchi e lo avvolge attorno alla coperta, lasciando delle parti di nastro come maniglie improvvisate. Ottiene così un bozzolo di quasi un metro e ottanta, pesante ma maneggevole.

I muratori hanno già cominciato a ricostruire il muro principale. È  un lavoro complicato, era un muro portante, quindi hanno dovuto prima inserire una staffa d’acciaio, a sorreggere il primo piano, e ora devono sostituire il vecchio muro con una struttura spessa, per rispettare l’antico spessore del muro, due pareti di mattoni distanti tra loro quaranta centimetri, con un riempimento di pietrame nel mezzo. Hanno solo appena cominciato, per fortuna, quello davanti, lasciando una nicchia inferiore di almeno un metro di spessore da riempire. Iole trascina con fatica Adelmo verso il muro. Pensa quanto è pesante, ricorda di come la schiacciava, piacevolmente, a letto, quando saliva su di lei per fare l’amore. Issa con fatica il bozzolo sul muretto già costruito e lo stende nella nicchia già pronta. Per questione di stabilità, deve metterlo con la testa verso il basso. Le sembra un affronto ingiusto per un morto, ma poi pensa che Adelmo è sempre stato un tipo alla mano, contrario a ogni formalità, sicuramente non se la prenderà per quel piccolo affronto. Iole va fuori, dove ci sono una carriola e un grande mucchio di pietrame. C’è anche una piccola betoniera. Spalma con gesti veloci il fagotto di cemento, poi comincia a ricoprirlo di pietrame. È una mimetizzazione buona ma non perfetta, e si vede chiaramente il tappeto sbucare tra le pietre. Esce, riempie un’altra carriola di pietrame, rientra, la butta con la vanga tra i due muri. Ancora non basta. Al quarto viaggio è sporca come un muratore, ha le mani piagate e la schiena in fiamme ma guarda freneticamente l’orologio. Alle tre meno un quarto non è ancora soddisfatta, ma deve pensare ad altro. Corre di nuovo alla spugna, sfregando il pavimento con forza sino a tirare via tutta miscela di polvere e sangue. Ora però il tratto pulito è troppo diverso dal resto; pulisce freneticamente tutto il pavimento della stanza. Lava con particolare cura il piccone; anche questo è troppo più pulito degli altri, allora prende una manciata di calce e lo sporca di nuovo. Sta ancora facendo gli ultimi ritocchi quando sente il rumore del furgone avvicinarsi.

Va sulla porta a guardare la scena da lontano. Cosa ho dimenticato? Pensa.

E allora la vede, in mezzo alla stanza. La valigia di Adelmo, ancora lì dove lui l’aveva lasciata. È solo una valigia si dice, mentre sente gli sportelli del furgone aprirsi e chiudersi in sequenza. Solo una valigia. Ma i poliziotti che vede al cinema scoprono l’assassino proprio per cose di questo genere. Prende la valigia al volo, correndo verso la camera, la apre sul letto e comincia a buttare tutti i vestiti nell’armadio, sulle sedie, con furia cieca. Poi chiude la valigia e la spedisce con un calcio verso il letto. 

Mimino, il capomastro, entrando nel soggiorno vede solo un’ombra bianca che si rinchiude in bagno. Dopo qualche minuto Iole riapre la porta, sciacquata e risistemata alla bell’e meglio.

– Tutto bene, signora? – chiede l’anziano muratore squadrandola.

– Fa caldo – dice lei, agitandosi inutilmente una mano a far aria al collo –e non mi sento molto bene.

– Mimino – dice un garzone giovane al capomastro –hai lavorato tu al muro? Mi ricordavo che era ancora tutto da riempire.

– Io? No.

Il garzone guarda il livello del pietrame lievitato miracolosamente mentre loro erano a mangiare. Ma poi alza le spalle, forse si ricorda male, e di sicuro non si metterà a protestare perché c’è meno lavoro da fare del previsto. Esce fuori a prendere vanga e carriola. La vanga, pensa Iole, non ho pulito la vanga e neanche la carriola, ci sono le mie impronte sulla polvere?

Devo calmarmi, prendere il controllo di me stessa. Si scosta i capelli sudati dalla fronte e dice: -Ero fuori a stendere il bucato. Vi faccio un caffè?

Nonna Iole si interruppe, ancora seduta con le mani in grembo e lo sguardo basso.

– Non posso descriverti – disse Nonna Iole – l’ansia, la paura dei giorni successivi. Sobbalzavo ad ogni mattone che posavano, e ogni volta che si fermavano per chissà quale intoppo mi bloccavo, come un cane in autostrada paralizzato dai fari di un’auto che arriva veloce. Anche quando finirono i lavori, passai i mesi successivi a studiare quel maledetto muro, temendo che apparisse una crepa, una macchia, qualsiasi cosa a indicare la presenza di un difetto. I miei figli mi vedevano ore a fissare un muro bianco, pensavano che fosse lo shock. Ogni tanto tiravo su col naso. Non ero commossa, cercavo qualche zaffata eventuale di puzza di putrefazione.

Una macchia venne fuori, ma era umidità. La coprii col ritratto di Adelmo, e con i fiori.

Un cane abbaiava lontano, il cellulare di Elena squittì, per un messaggio ricevuto, richiamando le due donne al presente.

Nonna Iole si alzò. Era difficile, alla luce del fuoco, interpretare l’espressione sul volto di sua nipote.

– Ora sai tutto – disse. – non avevo mai raccontato a nessuno questa storia. Che pensi di fare?

Povera me, pensò Elena. Dovrei denunciarla, dovrei denunciare mia nonna. Di sicuro la polizia aprirebbe il muro. Di sicuro il nonno è ancora lì. L’ho visto in varie puntate di NCIS su Netflix. Esiste la prescrizione per i reati d’omicidio? Credo di no. Porterebbero via la nonna, non in prigione, certo, ma in un ospizio, e tutto andrebbe ai figli, fondazione o no.

Cosa avrebbe fatto suo padre con tutti quei soldi? La risposta arrivò spontanea, e la fece sorridere. Un’altra Maserati, o un’altra casa al mare in Sardegna, dove anche lei sarebbe stata costretta a passare noiosissime estati.

Elena si alzò e disse:

– Si è fatto buio, e tra poco è ora di cena. Non abbiamo più brodo, ma preferirei qualcosa di leggero, magari uno spaghetto aglio e olio, che ne dici?

Nonna Iole sorrise e si alzò per mettersi al lavoro ma la nipote la bloccò, mettendole una mano sulla spalla. La spinse di nuovo giù sulla poltrona.

– Faccio io – disse la ragazza – tu riposati. Hai fatto abbastanza.

FINE

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